– BEATRICE –
Erano le sette e questo significava che potevo dare l’ultima mandata al portone dello studio. Stranamente non funzionava bene la serratura, non aveva mai dato problemi prima di quel momento.
Decisi di non pensare troppo a quell’affare, d’altronde a chi sarebbe mai importato di quel portone? Lo aggiusterà il fabbro che avrei chiamato la mattina successiva.
Chi mi importava era, invece, quell’insolito ragazzo.
Effettivamente, a pensarci, ogni paziente era insolito in un modo intimamente personale, e avevo sempre pensato che fosse un privilegio poter osservare dallo spioncino ogni bizzarria di quella moltitudine cangiante; avevo scelto di essere una terapista perché mi sentivo agile a intrufolarmi, armata di uno sguardo attento e un taccuino, dalla finestra che deliberatamente ognuna di quelle vite apriva per me.
Alcuni di quei corpi mi lasciavano intravedere dal buco della serratura la loro quotidianità per poi, con un’ombra di meraviglioso coraggio, aprire un’impercettibile spazio in cui la mia figura si insinuava senza far rumore; altri, più pavidi, spalancavano la porta d’ingresso aspettando che il sollievo giungesse loro in pompa magna, senza richiedere il peso dell’impegno tenace, senza presupporre quel tempo indefinibile, infinito e logorante per il sofferente, calcolato (o almeno abbozzato) e cicatrizzante per medico. Amavo quel mestiere che ero riuscita a ricamarmi con pazienza. Lo amavo con ogni fibra che rimaneva a costituire questo corpo che avevo imparato ad apprezzare; questo ammasso di carne, sangue e ossa, di cui ora anche il mio taccuino faceva parte inamovibile, non mi è mai davvero appartenuto. Amavo anche correre quando felinamente inseguivo mio figlio Ettore attraverso il giardino, che diventava prateria e poi bosco, e poi sempre più casa. Inseguivo l’odore che emanava, quell’essenza che solo una madre può davvero sentire, in mezzo a tutto il resto dei profumi, quel sentirsi simultaneamente protettrice e protetta. Rincorrerci era un divertimento che già allora mi fece piangere di gioia in tre occasioni, con il tempo scoprii che quel piccolo corridore spensierato era riuscito a farmi piangere molto più spesso, e molto più forte.
Un giorno decise di fermarsi.
Non è che lo decise lui, lo decise un altro ragazzo, con molti anni in più sulle spalle di Ettore, e con molto più alcol nel circolo ematico.
Quello stesso giorno mi fermai anche io, le mie gambe le portarono via i dottori; fui lasciata con un’inutile giustificazione che non ricordo nemmeno. Ad aver preso il più totale possesso della mia mente, inerme, fu una sequenza di parole che invece rammento benissimo: “non ce l’ha fatta”. Sul momento pensai che l’auto non ce l’avesse fatta; sicuramente era rimasta danneggiata da quel suv nuovo di zecca, come poteva salvarsi una macchina già tremolante e ricolma di acciacchi?
Però cosa importava a un medico brizzolato e occhialuto della mia auto? Perché pronunciare quella serie di lettere proprio in quel momento, quando mi trovavo sdraiata su un lenzuolo bianco e non percepivo null’altro al di sotto della linea del bacino?
E mentre mi raggomitolavo in questi pensieri abbozzati, sentivo la presenza ingombrante di una supposizione. Somigliava a quegli istinti insidiosi che nascono nel cuore della notte e costringono ad abbandonare le lenzuola per andare a controllare di aver chiuso il gas in cucina, o a serrare meglio le imposte. Si faceva strada consumando ogni percorso, espandendosi come una macchia di petrolio nel mare pulito, inghiottendo ogni forma di colore il pensiero che Ettore fosse morto.
Trasudavo pece.
Finché avrò respiro, se può nominarsi respiro quest’aria informe che esalo e inghiotto in ogni istante da quel giorno, ricorderò le braccia aperte del dottore, quei palmi lucidi rivolti verso il tetto dell’ospedale, gli angoli delle labbra corrucciati, come volessero direttamente scusarsi per qualcosa di così sconfinato che solo pronunciarlo a quella me, così minuscola, era un peccato capitale.
A volte ho pensato che il destino ami sentirsi burattinaio, in questo polimorfo mondo di marionette. Ettore ed io amavamo correre veloci e la velocità aveva sottratto la sua vita, e poi le mie gambe. Pensavo che perdere due arti fosse più doloroso, eppure non sentii nulla.
Sparirono.
Erano gambe, quindi sono andate via da qualche altra parte. Chissà dove.
Delle mie cosce, delle ginocchia, delle caviglie e di quei piccoli piedi che avevo, non mi importò nulla nemmeno dopo.
In pochi istanti era crollato l’intero palazzo che stavo edificando, con la pazienza dolce che solo una madre può avere, quando si costruisce una nuova vita in cui trovar posto.
Ogni pianta che avevo scelto con cura in quella favola mentale, ogni porta, ogni finestra, ogni balcone levigato con attenzione, ogni mobile era andato irrimediabilmente in pezzi; tutti i giocattoli, i quaderni da disegno, le matite, le penne, gli astucci, i diari, i primi amori che non sarebbero mai stati provati, il rientro in casa oltre il coprifuoco, la prima macchina e la patente nuova di zecca, il matrimonio se avesse scelto – o gli fosse accaduto d’improvviso – di amare un’unica persona, i regali di compleanno, le cure che si riservano alla mamma, le carezze delicate, gli abbracci in cui mi sarei persa senza mai volerne uscire, la maturità e poi la vecchiaia di mio figlio, i primi capelli bianchi ed il timore del tempo che scorre. Tutto, il mio piccolo e immenso tutto, inghiottito da quella macchia di catrame nero e ridotto per sempre a poco meno che cenere.
Come poteva interessarmi della serratura di un portone, se mi mancava un’intera casa in cui rifugiarmi?
Quel giorno era entrato nel mio studio Enea. Era un ragazzo avvolto in un mantello di coraggio apparente. Non piangeva mai. Non da quando lo conoscevo io, almeno. Mi disse che era un piagnucolone da ragazzino e che adesso era insensibile ad ogni aspetto del mondo. Non gli interessava molto di niente se non dei suoi libri; e di libri ne aveva letti anche tanti. Leggeva in latino per andare a nuoto fino in fondo all’abisso che era Cicerone, per succhiare ogni goccia d’essenza da quella geometrica trama di frasi, assonanze ritmiche, parallelismi logici, comparazioni coerenti e mai pedanti. Era determinato ad apprendere il sapiente distacco dalle passioni e dagli impeti d’ira, sotto l’ala piumata e densa di Seneca. Portava sempre appresso un romanzo o un classico. Oggi aveva sotto braccio “La gioia di scrivere” di Wislawa Szymborska. Non me ne ha parlato, sta aspettando di finirlo per trarne una conclusione.
Enea non è un corpo. O almeno non è solo un corpo.
In sei anni sono stata debole fino al punto – tragedia indicibile per una terapista – di affezionarmi a quell’audace e dolente ragazzo.
Mi affascina il modo che ha di pensare e non saper esprimere, quella capacità di non far apprezzare nemmeno alle sue stesse corde vocali, o alle sue labbra violacee, quel fiato fatto di visioni sul mondo circostante, di loci amoeni, di vette di sorpresa immotivata e anche, mio malgrado, di terribili voragini interiori.
Io vedevo chiaramente quel senso di indeterminazione.
L’esperienza sul campo mi aveva insegnato a farmi strada oltre gli occhi spioventi, a indagare le espressioni censuranti, e vedevo la sua tristezza nascosta con eleganza.
Non è debole; non lo è quanto lo ero io, quanto avevano dimostrato d’essere le mie gambe. Se dovessi paragonarlo a una parte del mio attuale insieme fisico, sceglierei sicuramente queste due strutture tubolari d’acciaio che trascinano abilmente, ogni giorno, questo corpo inerme tra le bufere che imperversano nella mia vita.
Enea, il ragazzo d’acciaio.
Enea, che vorrebbe piangere ma non ci riesce, che vorrebbe provare qualcosa esattamente come io vorrei correre in questa giornata di sole e brezza, inseguendo il mio Ettore sorridente.
Enea, i cui occhi tradiscono che sta per interrompere la terapia con me, ma no, non può assolutamente lasciarmi anche lui.