Io me lo ricordo benissimo quel tempo in cui rincorrevo la mia sagoma per definirmi, per darmi un nome e chiamarmi con chiarezza in quel caotico spazio che era il mondo.
Mi ricordo di come guardavo tutti in cerca di pezzi miei, di come scansavo con attenzione ogni aspetto del mio carattere, che preferivo che gli altri fossero me prima che lo fossi io stesso.
A pensarci adesso sbiadisce il perché di quel fare il camaleonte, di quei prestiti di voce, di gesti, di toni che ricevevo in ogni istante.
Era soffice il sentirmi meno me e più loro.
Ho perso troppo tempo a vivere di processi in cui figuravo come giudice ed imputato, in un ridicolo gioco tra parti coincidenti, un eterno turbinio verso l’interno, un’implosione silenziosa che ha danneggiato sempre e solo me.
Guardo tutto questo con occhi più adulti.
Quella grande sorpresa che era il mondo non mi ha sorpreso poi così tanto e quei sogni vicinissimi sono diventati poco più che punti luminosi in un cielo senza nuvole.
Era già tutto qui?
Ci sono sere come questa in cui mi smarrisco nei ricordi, in cui vedo la mia vita come fosse un immenso tragitto di sbagli inanellati; mi aiuta guardarli con scettiscismo, uno ad uno, per cogliere una trama che dia una luce nuova a tutto quel miscuglio.

Non sono pronto a scrivere della mia vita pubblicamente, eppure credo che la risposta sia in questa inspiegabile vergogna che mi ferma sempre la mano.
Vorrei comunque donare i miei two cents al mondo, scrivendo le “pratiche” e gli accorgimenti che mi hanno evitato di annegare durante questi momenti.
- Poche persone che vi facciano sentire a casa
Smarrirsi è normale.
Sto realizzando che vivere è difficile, che sono molto lontano dall’idea di “vita da adulto” che avevo da bambino e tocca adesso fare i conti con la realtà.
Il mondo là fuori è un ring di pugilato, serve indossare i guantoni non appena il portone di casa si chiude alle spalle, prepararsi a soffrire per portare se stessi a casa alla fine dell’incontro.
Eppure non è tutto lì.
C’è dell’altro, molto altro.
Sono stato fortunato – e lo è chiunque stia leggendo adesso queste parole – a nascere in un tempo in cui siamo tutti connessi; un tempo in cui basta premere dei pulsanti o scorrere le dita su uno schermo per sentire la voce dell’amico più lontano.
Alcuni individui, tra tutti, hanno il dono rarissimo di farmi sentire a casa, riescono a darmi quella sensazione di tepore domestico che avevo da bambino, un misto tra la protezione e l’accoglienza. Sono poche persone, eppure hanno contribuito in modo spaventoso al mio benessere mentale.
Se dovessi dare un consiglio da fratello maggiore a quel me che si sentiva perso nel mondo, mi direi di passare più tempo con gli amici del liceo; direi di provare a capirli meglio, di dedicare meno tempo a me stesso e ritagliare ogni giorno del tempo per loro.
Non ho rimpianti, eppure ho il dubbio irrisolto che avrei potuto darmi di più, dedicarmi di più agli altri, soprattutto a quegli altri a cui volevo bene e che ora, per un motivo o per un altro, non fanno più parte della mia vita.
Penso a quanto era sensazionale svegliarsi il sabato mattina e avere davanti a me un’intera giornata da programmare; ogni week-end era diverso, sempre una nuova avventura con i miei amici!
Mi sembra lontano anni luce quel tempo, nemmeno lo considero mio: non mi riconosco nei ricordi.
Ad oggi, in questa fredda città che ho scelto per affrontare la carriera lavorativa, non ho attorno niente che possa somigliare ad una comitiva d’amici, solo qualche conoscente con cui sporadicamente faccio un giro per appendere i miei pensieri in una parete esterna alla mia casa.
Chissà come sarebbe la mia vita se avessi una cerchia a cui appartenere; chissà…
- Journaling
Da piccolo guardavo un cartone animato (“Hamtaro”, per chi è mio coetaneo e ricorda i nomi delle serie tv in voga quindici anni fa) in cui la protagonista, al termine di ogni puntata, scriveva il suo personale diario e lasciava allo spettatore un insegnamento.
Per anni ho pensato che tenere un diario fosse una pratica legata al mondo femminile e quando ho capito che non era così, avevo già quell’età in cui snobbavo le “cose da teenager”. Fortunatamente, anni dopo andai a vivere da solo e mi accorsi del pessimo rapporto con me stesso che avevo maturato nel corso degli anni.
Così, un po’ leggendo libri di crescita personale, un po’ per necessità interiore, ho provato a scrivermi. Ho scritto ogni giorno per mesi, nel periodo del lockdown nazionale dovuto al Covid-19, dedicando lettere a me stesso tutte le sere.
In ognuna delle lettere c’erano sempre dei bullet points delle cose da fare il giorno dopo oppure quello stesso giorno, nei pochi casi in cui scrivevo la mattina prima di andare a lavoro; c’erano delle riflessioni, anche profonde a volte, riguardo le cose che mi erano successe durante la giornata; c’erano delle critiche ma anche dei complimenti per i miei comportamenti.
Un’altra fondamentale parte della mia giornaliera pagina di diario era rivolta alla gratitudine. Sembra banale, ma ricordarsi ogni giorno quanto valga ciò che si ha, accresce la possibilità di far caso alle cose buone. L’attenzione, infatti, si canalizza verso ciò a cui facciamo più caso; ad esempio, se oggi vedessi un punto nero sulla sommità del mio naso, probabilmente per tutto il giorno la mia attenzione sarà rivolta lì.
Allo stesso modo, se ogni giorno l’attenzione è indirizzata coscientemente verso gli aspetti positivi della vita, la nostra mente farà sempre meno caso agli eventi negativi che accadono.
La maggior parte della mia routine della gratitudine è stata sempre composta da pensieri semplicissimi: spesso ho ringraziato di avere un tetto sopra la testa, di avere due braccia funzionanti, una famiglia, del cibo da mangiare.
L’estate scorsa, mentre facevo i miei consueti bagni al mare nel periodo festivo di Agosto, frequentemente mi commuovevo perché pensavo quanto fossi fortunato ad avere due gambe che mi permettessero di sentire il freddo dell’acqua. Non mi era mai capitato prima, quindi immagino sia merito della gratitudine e della consapevolezza che regala.
Scrivere un diario mi ha aiutato ad essere abbastanza duro con me stesso da consentirmi di migliorare, ma non troppo da distruggere la mia autostima; sono sempre stato severo nei miei confronti e scrivermi mi ha aiutato a vedermi più come un amico, che come un alunno sempre indietro rispetto alla classe.

Anche in questo periodo scrivo un diario, una sorta di continuazione del precedente, intervallato da pause più o meno lunghe, e questo mi aiuta a mantenere un contatto con i miei pensieri e una sorta di coerenza interna.
- Meditazione e consapevolezza
Quando penso alla figura di un monaco shaolin, ho in mente una figura calma, rilassata, dignitosa e pronta.
Un po’ per il fascino che ha sempre suscitato in me il mondo orientale, un po’ per consiglio della terapista che avevo anni fa, ho iniziato anche io a meditare; in particolar modo, il mio approccio alla meditazione è stato sempre basato sulla mindfulness.
Si tratta di un’abitudine giornaliera che consiste nel focalizzarsi su qualcosa, ad esempio sul proprio respiro oppure sulle sensazioni corporee (c.d. bodyscan), ed ogni volta che l’attenzione si sposta verso qualcos’altro, la si riporta gentilmente al focus iniziale.
Per fare un esempio concreto, racconterò una mia normale sessione di mindfulness.
Sono sdraiato a terra ed ho i piedi poggiati sul letto nell’unica posizione che non mi procura mal di schiena.
Chiudo gli occhi.
La voce nelle cuffie mi ricorda di spostare la mia attenzione sul respiro così, pazientemente, mi concentro sull’aria fredda che attraversa le mie narici. Questo è il punto in cui riesco meglio a “sentire” il mio respiro.
I primi due minuti sono relativamente semplici.
L’attenzione rimane sul respiro e mi rilasso sempre di più.
La mia schiena si distende contro il pavimento.
Ad un tratto, mi accorgo che da qualche tempo sto pensando al lavoro; in particolare, pensavo a ciò che avrei dovuto fare per concludere dei documenti richiesti da cliente.
In modo gentile, ma veloce, riporto la mia attenzione sul respiro e mi dico che ci penserò in un secondo momento.
Questo è un tempo per me, non per altre questioni.
Stavolta, mi concentro sulle sensazioni della pancia, sul movimento oscillatorio dell’addome.
Perdo la concentrazione svariate volte e in ogni occasione, mi impegno per riportarla al focus iniziale, ovvero il respiro.
Dopo un quarto d’ora circa, che sembra interminabile, sento la voce dell’istruttrice che mi porta verso la conclusione della meditazione.
Apro gli occhi e riprendo il contatto con le figure intorno a me.
Sono perfettamente consapevole che in un mondo che vive di corsa, trovare quindici minuti al giorno in cui chiudersi in solitudine sia una sfida; eppure, ogni volta che posso o che ne sento la necessità, mi stendo, chiudo gli occhi e medito qualche minuto.
Dopo qualche mese di pratica, sarà strano ma al contempo gradevole sentire le sensazioni dei piedi al contatto con la scarpa durante una camminata del tutto normale; sarà particolare accorgersi del contatto delle mani sul volante; sorprenderà assaporare meglio, sino in fondo, il sapore del tè.
Focalizzarsi sul respiro, ed in generale su ciò che accade nel momento presente, è il miglior rimedio contro l’ansia, che è risaputo essere la paura di ciò che potrebbe accadere nel futuro e/o di ciò che è accaduto nel passato.
Abituarmi a percepire il presente mi ha permesso di ristabilire l’equilibrio con la mia mente; in gergo, mi sono “centrato”. E continuo a meditare ogni qualvolta senta la necessità di “centrarmi”, di riportare il me del presente al centro delle mie sensazioni.
- Palestra
Pratico sport da sempre.
Li ho provati tutti, dagli sport di squadra in cui incolpavo gli altri per le sconfitte condivise, a quelli individuali, in cui incolpavo me stesso per le sconfitte che non sentivo mie.
Ho trovato il mio equilibrio all’età di diciassette anni. Dopo essermi divertito a provare gli sport da combattimento, e vedendomi troppo gracile per sostenere in modo appropriato la maggior parte degli incontri, ho deciso di andare in palestra.
Non è stato amore a primo allenamento, dal momento che inizialmente andavo in modo poco frequente e con lo scopo principale di stare in un luogo frequentato da tanta gente.
Con mia sorpresa, negli anni si è consolidata la disciplina che mi ha consentito di allenarmi costantemente.

Finché la percezione dell’allenamento in palestra ha trasceso l’estetica. Ho imparato a interpretare l’allenamento come se fosse una seduta di mindfulness: massima concentrazione (e contrazione) sul momento presente.
Allontanare ogni distrazione per una o due ore al giorno mi ha insegnato a imprimere tutti i miei sforzi in un’unica attività; una sorta di sprint sui quattrocento metri, al massimo della propria capacità.
- Noia
Chissà come sarei oggi se non mi fossi annoiato tanto nei momenti di solitudine, quando mi sono trasferito a vivere da solo.
Il giorno in cui soffrivo di più era senza dubbio la domenica.
Il sabato era il giorno di ripresa dalla stressante settimana lavorativa, la pace era ben accetta durante tutto il primo giorno del week-end.
Ma la domenica…
Ho ancora impresso il ricordo di domeniche passate interamente sul divano a non far nulla, ritagliandomi giusto il tempo per allenarmi e meditare.
A volte leggevo.
A volte scrivevo.
Sempre mi annoiavo.
Con il senno di poi, scrivo nel mezzo di una convivenza bellissima, non ho le parole per descrivere quanto illuminante sia stata tutta quella noia. Non posso dire quanti aspetti di me ho scoperto solo annoiandomi, scrivendo, leggendo, pensando.
Mi sembrava doveroso, quantomeno, due righe sull’importanza che la noia ha ricoperto nella mia vita.
Quindi, in definitiva, avrei potuto divertirmi di più con le persone che mi sono state care, ma potessi tornare indietro vorrei senza dubbio annoiarmi ancora.
Ci sarebbero altre precisazioni da fare, altre cose da dire, che magari verranno dette più in là, con un nuovo senno di poi.
Sono soddisfatto dei pezzi di mosaico che pian piano inizio a vedere, aumentando il grandangolo di questa fotografia che rappresenta la mia vita.
