– ENEA –
“Scotta” sussurrò.
In effetti anche il mio caffè era bollente.
“Non mi piace questo bar, cambiamo la prossima volta, proviamo qualcosa di diverso” ma quel diverso non sapeva nemmeno lei cosa fosse.
Diana era così, era strana in un modo tutto suo. Aveva solo cinque lentiggini che pitturavano la sua pelle bianca.
Chi altro ha solo cinque lentiggini?
Quel pomeriggio i capelli biondi le cadevano sulle spalle, arrivando sino al petto, rinchiusi in una treccia larga. Ci aveva dedicato del tempo.
“E hai già adocchiato un altro bar?” chiesi spostando l’attenzione sulla tazzina calda.
“No, ma ce ne saranno altri comodi per entrambi. Qui in città sta diventando difficile trovare qualcuno che sappia fare un caffè decente”.
Era da sempre confusa, indefinita.
Le piaceva l’ignoto, una qualsiasi alternativa che nel futuro l’avrebbe fatta star meglio… e poi si stancava anche di quella.
Come quella volta che cambiò liceo perché i compagni le dicevano parole cattive quando la professoressa girava le spalle – anche nella nuova scuola non riuscì ad ambientarsi per lo stesso motivo. I ragazzini sanno essere spietati.
O quell’altra in cui partì per Parigi dispensando con fermezza “Cambierò finalmente la mia vita” a chiunque incontrasse – per poi tornare a casa dopo soli quattro mesi.
Però era un bella persona.
Mi piaceva da sempre quel fare sconsiderato ed arrogante, quella voglia sfrenata di essere felice in un modo o nell’altro. Ci rivedevo i miei libri e le miriadi di storie in cui fuggivo, meravigliandomi puntualmente di quelle realtà create solo dall’attrito tra carta bianca e inchiostro. Allo stesso modo Diana mi spiazzava ogni volta che tirava fuori un “dovrei”.
Anche Dì amava leggere.
Lei preferiva il genere Romance, la insediavano gli intrecci amorosi in cui per un breve tempo poteva immedesimarsi.
Non l’avevo mai vista con un ragazzo, eppure ero convinto che le piacessero i protagonisti dei suoi romanzi.
Nelle storie è più semplice. Non ci si sofferma mai su quel delicato, meraviglioso, istante in cui l’amore per un insieme di carne e muscoli ed ossa e sangue diventa l’amore per un essere umano. Quella era la parte difficile di stare con qualcuno nella realtà, a differenza di quanto avviene nella maggior parte delle storie. Abbiamo perso quella concezione greca e poi latina, che mirava all’intimità che ha l’anima quando due corpi si rendono nudi a vicenda.
Difficile che qualcuno notasse Diana nel periodo della scuola.
Era leggermente sovrappeso, secondo il medico. Quel “leggermente” che pesa quanto il mondo intero di fronte agli sguardi giudicanti dei compagni di classe.
Finché un giorno, il tre maggio del secondo anno del liceo, mi mostrò la tessera della palestra. Un abbonamento nuovo di zecca e, dopo tanto tempo di facce tristi, un sorrisetto abbozzato.
Dopo un mese perse una cosa come cinque chili.
Le dissero che era soltanto acqua.
Ma poi ne perse altri cinque, e poi altri cinque.
In quinto liceo era una delle ragazze più desiderate della scuola.
Adesso abbiamo entrambi ventotto anni e lei ha ancora quell’aspetto snello e sodo che aveva costruito al liceo.
“Ti sei incantato di nuovo?” disse.
“No, stavo pensando a qualche locale dove facciano del caffè” mentì.
Tanto mi conosceva; me lo leggeva in faccia che ero in tutt’altro luogo.
Mi prese per mano.
Sganciai la presa e infilai le dita in tasca.
“Perché fai così, Enea?” – era triste, la sua voce tremava.
“Ne abbiamo parlato, Dì: sei praticamente una sorella per me e voglio che il nostro rapporto rimanga questo”. Ero sincero.
Diana era una ragazza meravigliosa, ma non l’avevo mai guardata in un altro modo se non quello in cui un fratello maggiore guarda la sorella.
Era sola, solo lei.
Lei ed io, a volte.
Il padre l’aveva lasciata, viveva con la madre e con i mille problemi che dimoravano abitualmente in casa loro.
Neppure quando mi aveva confessato di provare qualcosa per me, con la sua solita disarmante tenerezza, provai poco più di niente e non mi bastava.
Diana non faceva per me, non in quel momento.
Si allontanò spazientita.
Non aveva mai avuto altre esperienze reali e faceva fatica ad accettare il verdetto negativo che avevo dato sulle mani intrecciate.
La raggiunsi.
“Gelato?”.
Annuì. Pace fatta.
“Com’è andata stavolta con la Dottoressa?”, deglutì.
“Con Beatrice? Andata bene, non so per quanto continuerò con la terapia, non ho praticamente nulla da dire ultimamente. Le ho parlato di te” mentì ancora. Lo capì.
“Cosa ti aspetti? Che l’apatia vada via da un momento all’altro?” chiese.
“A te è andata via”.
“Per me è stato diverso” disse sottovoce. “È stato meglio che papà sia andato via; la mamma non piange più ed i suoi occhi sono più sereni da un pezzo” concluse.
Decisi di non insistere nella discussione.
“Cosa le hai detto di me?” volle stare al gioco.
La guardai, leccai il gelato di gusto.
“Le ho detto che vorrei imparare a gestire i traumi come fai tu. Ho sempre ammirato questo di te, Dì”.
“Enea, io cado in pezzi…” sussurrò.
“E ti rialzi, lo fai sempre. Hai un sorriso bellissimo e dovresti proteggerlo. Guarda me, non c’è nulla che riesca a suscitare in me qualcosa”.
Mi guardò e insieme imboccammo la stradina sulla destra.
Il tramonto era coperto dai palazzi, ma colorava il cielo con sfumature cremisi in uno spettacolo grandioso. Avrei voluto strapparmi il petto ed assorbire quella vivacità, invece dentro ero freddo.
Freddo come un corpo morto.