La spirale dei sacrifici
Quante sono le storie iniziate così?
Una moltitudine di anime che hanno chinato il capo di fronte alla promessa del sacrificio come unica via per la realizzazione.
Si, perché vi è una promessa implicita, sussurrata tra le righe, un tacito accordo per cui la rinuncia alla spontaneità, la ferrea disciplina, la paziente tessitura di una tela di compromessi siano le uniche strade agibili per accedere alla soddisfazione di una vita serena e ben vissuta.
Ho iniziato così, timido praticante della rinuncia.
Ho imparato presto la grammatica dell’abnegazione, attraversando notti regalate alla carriera accademica, comprimendo i desideri in un angolo in attesa di tempi “più maturi”, affrontando traslochi come tristi amputazioni di radici, tutto in nome di una vaga promessa professionale.
Con la severa eleganza dell’architettura barocca, il nord Italia mi ha accolto con un’immensa tela bianca su cui dipingere il mio futuro ma che, senza che me ne accorgessi, esigeva l’obliterazione dei colori più vividi della mia tavolozza interiore.
E così è stato, passo dopo passo, un sacrificio alla volta, in una spirale che prometteva l’ascesa ma che ha infine condotto ad un panorama desolante, dove il vento freddo porta con sé il sussurro di un’anima che si chiede incessantemente a quale prezzo ha barattato la sua essenza.

Da anima della festa a professionista senza anima
Dopo aver passato l’adolescenza sui libri, sono entrato nel mondo del lavoro carico di aspettative, scansando la cortina di noia che avevo accumulato negli anni di studio.
Ma come lo spieghi il modo in cui la giovinezza ti copre gli occhi?
Perché pensandoci con il senno di adesso, come potevo credere che dopo aver studiato qualcosa di noioso per anni, esercitando quel qualcosa mi sarei sentito finalmente libero?
E mi logora spiegare il motivo per cui ho iniziato, perché non c’è mai stato un momento preciso o un qualcosa che mi abbia realmente costretto a scegliere un percorso al posto di un altro.
Nel mio caso, sono state le sensazioni a fregarmi ma non solo quelle.
Sono state le aspettative dei parenti, i genitori che ascoltano loro stessi e mai le tue vocazioni, i discorsi a tavola coperti dal telegiornale, i complimenti per gli ottimi voti, il mestiere di famiglia, l’aspettarsi grandi cose.
Sono stati il “farà l’università”, l’aria di studio che va respirata, la poltrona “che sarà tua”.
Al posto del luogo ameno che pensavo mi aspettasse a trent’anni, ho trovato una litania dei gesti ripetuti, dei numeri spoetizzanti e di scadenze che si susseguono una dopo l’altra.
Una gigantesca valle spoglia.

Come potete intuire, sono solo arrivato in un posto che era così da sempre. Ero abbastanza cieco da non rendermene conto.
Eppure ad essere cambiato, in questo processo infinitamente lungo, sono unicamente io.
Da ragazzo caparbio, spiritoso, legato a doppio filo con la parte poetica del mondo, sono lentamente diventato il perfetto componente di un meccanismo asettico, fatto di maschere adulatorie e mai in contrasto con l’opinione condivisa.
Non ho lasciato la strada nebbiosa, continuo a sguazzarci dentro, ma con un abito elegante acquistato con false amicizie, coltellate tra colleghi, finti sorrisi di circostanza.
Non scrivo un articolo da un anno.
Quando l’ho notato non riuscivo a crederci. Come potevo essermi “dimenticato” di una componente di me? Scrivere è sempre stato una boa di salvataggio nelle situazioni peggiori e forse adesso, non vivendo una tempesta ma un graduale affondare, mi sono dimenticato di aggrapparmici.
Sbrigare e dimenticare
Facile come mantra, vero? Come se avessi firmato un accordo interiore, o se si fosse attivato un meccanismo di difesa primordiale, le mie aspirazioni professionali – già minime in partenza – si sono ristrette sempre di più, fino a coincidere esclusivamente con la linea di conclusione di ogni singolo compito.
Non c’è nessun desiderio pulsante di eccellenza, nessuna corda vibra al pensiero di superare le aspettative, di lasciare un’impronta distintiva nel lavoro che svolgo. L’unico scopo che porta avanti la triste monotonia delle giornate, è diventato il meccanico completamento di ogni compito.
La registrazione della contabilità, i conteggi IVA e delle ritenute, l’invio dei dichiarativi, l’archiviazione condivisa dei documenti digitali.
Da parte mia non è rimasta nemmeno la gioia autentica nel risolvere un problema complesso, niente di niente.
Ogni pratica si trasforma in un peso da scaricare il prima possibile, per poter ritornare a quel torpore mentale, a quella tregua in cui l’ansia da prestazione si attenua, lasciando il posto solo all’indifferenza.
È diventato tutto un adempimento burocratico, una formalità vuota.

Esiste la maschera?
Non riesco a concepire che ci siano persone che nascano con il sogno di diventare commercialisti.
Non è entusiasmante, non è un lavoro conosciuto, né caratterizzato per buona nomea.
Non c’è un solo motivo per cui un ragazzo del nostro tempo dovrebbe intraprendere una carriera del genere, se non la finzione raccontata del prestigio e del compenso alto. Sull’ultimo, non posso dire nulla. Il compenso è alto. Non così alto da permettere una villa in collina e una Maserati, ma abbastanza alto da togliere gran parte dei problemi legati ai soldi. Il prestigio invece non esiste, non più. Esisteva ai tempi di mio padre, ho sentito di cert’uni che chiedevano al commercialista di famiglia di battezzare i propri figli, addirittura.
Ma non oggi.
Oggi il commercialista è identificato con le imposte. Quando chiama il commercialista, sicuramente c’è da pagare o qualche altra incombenza.
Immagino che anche per quell’elitè a cui questo lavoro piace davvero, sia ormai diventato privo di soddisfazioni.
Per quanto riguarda me, sta pian piano emergendo la consapevolezza di aver forse smarrito, lungo questo percorso, la bussola del desiderio autentico.
In questo ciclo di compiti svuotati di significato, si sta sedimentando l’idea di aver costruito una prigione irremovibile che atrofizza la stessa capacità di desiderare altro.