Una comune panchina

C’è una comune panchina
che sulla schiena ha ospitato
l’incastro
di due anime affini.
Da quel giorno è dipeso
il sorriso di un uomo
in presenza di un angelo fatto di carne,
l’improvviso scoprirsi fatto di nulla
e di tutto,
l’atteso, bellissimo
pianto di un bimbo.
Chissà quante volte
la comune panchina
abbia chiesto a se stessa
quale fosse il suo posto nel mondo.

Giuseppe Ramuglia

Ingombrante ospite

Si prende gioco di me
un’ombra silente
che come il sangue s’impone nei corpi
galoppa pulsante di vita e di morte.
La guardo lavarsi la faccia
persino la imbocco e la vesto con grazia,
nel mio letto la sento dormire la notte.

Si prende gioco di me
un’ombra silente;
senza forma le armi che inventa,
ricolme di dubbi chiamanti tristezza
nessuna astuzia che possa frenarla.
Da quella che era una copiosa clessidra
strappo pochi granelli di sabbia
quando al risveglio sento sopita
Lei che pian piano ha invaso la spiaggia.

Si prende gioco di me
un’ombra silente
che sulle mie spalle
spavalda dimora.

Giuseppe Ramuglia

L’eccesso

Febbraio,
Carnevale di Venezia,
la viuzza sulla destra ti sussurra
“Vieni avanti ragazzina di provincia”;
tutto intorno solo maschere di pizzo,
intelate con quei vizi che ciascuno porta addosso.
“Vieni avanti ragazzina di provincia”,
il discorso di lusinghe, rivoltante
sulle spalle quelle dita dalle unghie divorate,
la tua bambola caduta tra la gente mascherata,
e una lama che trascina
troppi anni nell’ondata di rubini.

Tu che eri una ragazza di provincia,
sei un mucchio rosso d’ossa
tra le strade di Venezia.

Giuseppe Ramuglia

Notte insonne

Lascia la mia mano, questa notte, Insonnia;
non ho più bisogno di confondermi dei tuoi
multiformi volti sfumati,
perdimi in quell’oblio di misteri
dell’assenza; ‘che mi manca
inondarmi la faccia di quell’oceano sconfinato
di scoperte e mutazioni,
riconoscermi più leggero,
più pesante,
più sfuocato e meno denso
del mio essere da desto.
Chiudi questa porta che la mente tiene
aperta,
già mi manca la vergogna del mio
viso appena sveglio,
delle lenzuola aggrovigliate,
macchie dolci di un incontro con il nulla
segni che ad occhi chiusi
noi già non siamo più.
E apprendo quanto sia curioso
e doloroso
ritornare da quei mondi sconfinati e
lontanissimi
in quel frammento angusto
di umanità
di cui vesto ad occhi aperti.
Tu che lasci queste dita, delicata,
un’ultima carezza,
quando è l’alba te ne vai.

E così m’addormentai.

Giuseppe Ramuglia

Non di rado

Non di rado ho osservato
il mondo con occhi guardinghi,
cauti, diffidenti.
Mi sono riconosciuto in pochi posti,
in tanti versi
persi tra i rumori del mondo che
urlava possente
che il mio luogo non era questo.
Ho appeso le mie migliori parole
ai tramonti estivi,
ai palazzi barocchi ed a paesaggi che
non rivedrò mai; e poi
le ho viste rincorrermi, affannarsi
dietro la voglia che avevo di
non farmi prendere mai,
raggiungermi solo quando
il mio cuore era troppo
chiuso per lasciarle parlare,
quando il mondo si era fermato e insieme correva
a perdifiato.

Sapessi prendermi cura di me
ti avrei scelto molto tempo fa,
quando scoprire mi emozionava almeno quanto
scoprirti,
quando non avevo un posto e
poi delicatamente
tu
lo sei diventata.

Giuseppe Ramuglia

Colori del mondo

Affondando t’incontrai,
camminavi bendata
tra disordini e silenzi,
tutti i nostri guai nascosti
da sorrisi rumorosi;
senza suono cedevamo,
se nessuno ci guardava.
Eri bella sotto pelle,
ma nessuno ti leggeva:
ti coprirono di spine.

Adesso splendi,
ridi dentro,
di fronte a me
che quella benda
te la tolsi.

Giuseppe Ramuglia

Abbandonarsi

Serate strane;
accorgersi e poi tornare,
sento il mare nelle conchiglie e te lo dedico tutto.

Quant’è grande il cielo?
Lo misuriamo coi palmi
col sale negli occhi,
carezze di sabbia e risate.

Mi chiedo chi siamo senza voler risposte;
le mie dita storte
che trattengono le tue.
Carezze del vento che viene e va via;
dove sei?

Sfuocata nell’alba dolce dei martedì
piovosi,
nei tralicci rossi quando sono le sette e devo rientrare;
quante apnee prima di imparare a nuotare?

Tequila per ridimensionare;
sgattaiolare in silenzio senza far rumore.
Una nuvola scalcia la luce della luna;
ritorna dov’eri.

E poi fai breccia e sii tempesta,
brezza calma che s’atteggia:
contraddizioni.
Giochi d’azzardo che non vinco mai;
fossi fortunato in amore…

È rimasto qualche faro ad illuminar la notte,
uno sfondo di scogliere e agitazione
un silenzio spettrale di stelle e te
scappata lassù per far rumore.

Giuseppe Ramuglia