La trappola dei sacrifici e la ricerca di un senso

Un ragazzo osserva una città in rovina, simbolo di disillusione lavorativa.

Salvagenti per animi in tempesta

Incubi vestiti da sogni

Stamattina sono stato svegliato da un incubo.
Non oso nemmeno contare quante altre volte mi sia capitato tuttavia, questa è stata la prima volta che l’incubo in questione aveva le sembianze di un bellissimo sogno.
Proverò, fino a dove la mia capacità mnemonica lo consenta, a ripercorrere la vicenda.
I tre protagonisti – io, la mia compagna, l’amica di famiglia – ogni tre mesi, puntualmente, prenotavamo un viaggio. Era una specie di rituale, di quelle attività di routine che, a forza di ripeterle, si imprimono dentro diventando un fulcro, una certezza irrinunciabile.
Il mio sogno inizia così, passeggiando nel cortile di casa, parlando del solito viaggio.
L’amica di famiglia, timidamente, ci comunica che questa volta non sarà presente; con sgomento chiediamo spiegazioni.
Spezzare una routine che si protrae da anni è un gesto quasi sacrilego, impensabile finché non si manifesta.

“Sono troppo vecchia, non ho le forze per viaggiare ancora”.

Se la prima notizia mi aveva lasciato incredulo, la seconda mi aveva scavato una voragine da qualche parte nel mio corpo fatuo di personaggio sognato.
In cerca di un appiglio, mi sono rivolto alla mia compagna, chiedendole quanti anni avesse lei stessa.

“Che significa, quanti anni credi che abbia? Ne ho settantasei, scemo”.

Non potevo crederci. Avevo ventanni anni fino a pochi istanti prima e adesso, facendo l’elementare esercizio di sommare la differenza dei miei anni rispetto a quelli della mia compagna, ai suoi settatasei anni, ottenevo ottantuno. Ottantun’anni. Ero poco più di un ottantenne.
Quando era scivolato via tutto quel tempo?
Possibile non me ne fossi accorto?
Era un periodo florido, meravigliosamente equilibrato, sereno sotto ogni aspetto e non avendo altre distrazioni, mi sarei sicuramente accorto di quel nefasto trascorrere…
Eppure forse per questo non avevo notato quella corsa sfrenata della vita intorno a noi: ero fin troppo felice per pensare a qualcosa che non rientrasse in quel quadro fatato.
E ho avvertito una sensazione che mai prima di allora avevo provato.
Era come se fossi felice, integralmente espresso, realizzato in ogni velleità, e al tempo stesso avvilito, immerso nell’angoscia più cupa, avvolto in una desolazione inconsolabile.
Ho sperimentato pienamente, avendone solo pregustato piccoli bocconi durante gli anni, la disumana sensazione di essere inconsolabilmente soli.
Niente mi era mai appartenuto davvero, niente aveva giovato veramente alla persona che credevo di essere; avrei dovuto, tra qualche breve tempo, abbandonare ogni cosa per addentrarmi nell’ultimo, ignoto, viaggio.

Il passare del tempo ha da sempre indossato le vesti della mia più grande paura.

Al risveglio ero triste, sconsolato.
Ho pianto, e dopo ho pianto ancora.
Vorrei poter scrivere che sono stato meglio dopo averlo fatto, ma non mi sono ripreso ancora del tutto: so che quel momento, infine, arriverà.

Forse, in un modo del tutto confuso e insano, il mio inconscio sta continuando a imboccarmi di quei piccoli morsi di veleno per permettermi di arrivare a quel giorno futuro con l’immunità necessaria ad assorbirne l’urto.
Ma mi chiedo se un corpo fatto di carne possa essere mai capace di accettare che la vita rappresenta il nostro personale libro, in cui abbiamo superato le pagine in cui si nasce e teniamo già in mano quelle in cui si muore.

I frammenti d’esistenza formano mosaici

Venerdì scorso siamo partiti con lo stomaco totalmente vuoto.
Erano più o meno le tre del pomeriggio quando abbiamo finito di caricare i bagagli in auto e, finalmente, siamo partiti.

La prima tappa è stata Fiesole, un Comune che conta poco più di diecimila abitanti e che proprio venerdì sera avrebbe ospitato un attore-scrittore di cui ho ascoltato e letto praticamente tutto. Il monologo avrebbe avuto come tema l’opera dell’Orlando Furioso, ma stento a imbrigliare lo spettacolo a cui abbiamo assistito nelle maglie di un unico argomento.

Ma è giusto – e doveroso – fare un passo indietro.

Cinque ore e quaranta minuti per arrivare nel paese di Fiesole.
Trascorso il tempo necessario e non senza qualche ritardo sulla tabella di marcia, giungiamo a destinazione. Ancora una volta, ci sono volute mille manovre per districarsi in quel dedalo di vetture poco meno che serrate, due sorsi d’acqua prima di chiudere lo sportello e un’affannosa corsa in salita per permetterci di arrivare puntuali nel luogo dello spettacolo.
Erano le nove e mezzo.
L’anfiteatro romano che gentilmente si offriva di ospitare l’attore era estasiante.
I nostri due posti in prima fila lo erano altrettanto.
L’oratore è stato, per sfruttare un eufemismo, fenomenale.

L’Orlando Furioso non si presta a farsi comprendere immediatamente; eppure se assaporato, chiaramente compreso, assaggiato boccone dopo boccone, annusato fino all’ultimo grumo vitale, manifesta tutta la sua possenza.
Finito lo spettacolo, ho chiesto una dedica su quattro libri dell’autore che avevo divorato poco tempo prima.
Sono perfettamente consapevole che un attore, a mezzanotte passata, dopo due ore di spettacolo pregne di fatica, possa aver accumulato una buona dose di stanchezza, tuttavia la questione della dedica breve – “A Giuseppe, *firma*” non mi va proprio giù.
Al prossimo spettacolo al quale assisterò, chiederò una frase di senso compiuto.
Che ci sia un verbo, o almeno un soggetto.
Da Fiesole ci siamo spostati a Firenze, dove ci aspettava l’hotel e, infine, un comodo letto.

Alle otto del mattino, il ronzio della sveglia si è spinto sino alle nostre orecchie, insistendo con foga affinché ci svegliassimo.
Mezz’ora dopo lo abbiamo accontentato.
I trascorsi in cui ho ricoperto la figura del palestrato, trascinano dei lasciti che mi impongono di scegliere sempre abbondanti proteine e carboidrati per colazione; così, con quel poco di inciviltà di cui mi sforzo di essere capace, ho sottratto al buffet almeno cinque fette di tacchino e lo stesso numero di fette di pane. Ho accompagnato il banchetto, come di consueto, con un caffè addolcito da mezza busta di zucchero.
Sarà stata l’atmosfera fiorentina capace di svegliare sensi che solitamente teniamo sopiti oppure, più semplicemente, l’evasione del viaggio, però certamente ci sentivamo avvolti da una coperta d’amore. Più guardavo i suoi occhi, i fiori che le ricoprivano il vestitino azzurro, le sue espressioni facciali, gli ornamenti che amava portare, più mi sentivo stretto in quell’abbraccio che nasceva con un’ipocentro profondo, si faceva strada docile tra le viscere per poi sgorgare in superficie e finire per inglobarmi totalmente.
Ero inebriato.
Abbiamo preso due biglietti per il Museo degli Uffizi; tappa d’obbligo.
Non sono mai stato amante dei dipinti, ma le sculture mi affascinano da sempre; passammo molto più tempo tra i corridoi affollati da sagome bellissime appartenenti ad un’altra epoca; quelle persone stupende erano state irrimediabilmente vestite di marmo o di bronzo, tenute al riparo dai morsi del tempo.
E mentre percorrevo quelle maschere di storie ormai perdute, risentivo quell’angoscia che mi appartiene e che mi graffia ogni volta che cerco di scavare dentro di me. Volontariamente non mi soffermerò adesso a parlarne, tuttavia quella terribile sensazione mi ha accompagnato per tutto il sabato pomeriggio.


Domenica è stata caotica.
Descrivere i discorsi che ci hanno cullato in macchina durante il viaggio di ritorno, sia per estensione, sia per la fallacia mnemonica che non riesco a scacciare, mi è impossibile. Abbiamo parlato del tempo che scorre ma anche dei momenti di necessaria immobilità, del futuro prossimo ma anche del passato anteriore, del martellante lavoro ma anche delle attese ferie, degli altri ma soprattutto di noi.
Giunti a destinazione era pomeriggio inoltrato; la riposante serata che avevamo tracciato, era stata gentilmente deposta in favore di un’inusuale e avventuristica alternativa.
Erano le nove e mezzo. Ancora una volta.
Ci siamo ritrovati distesi su un prato immenso a visionare “Pierrot le fou” in lingua francese.
Film complesso, meraviglioso film.
E così, tra corse inattese, spettacoli mistici, film sdraiati su fazzoletti di terra improbabili, discorsi abissali, abbiamo vissuto il tempo di almeno due anni nell’angusto spazio di soli due giorni.