Perderai di me nel tempo il vigore. Perderai di me le idee nuove, la forza di aprirti i barattoli e i viaggi per trovarci sempre. Perderai di me le canzoni mattutine, le storielle inventate nelle belle giornate, e perderai la confusione accanto al letto. Perderai di me gli abbracci densi, quelli stretti dove non c’è paura. Perderai le lettere scritte di corsa e i baci tra un boccone e l’altro. Perderai di me i discorsi confusi, i grovigli in testa, le insonnie. Perderai e prenderai ogni possibile me, perché a te, per sempre, apparterrò.
Quante sono le storie iniziate così? Una moltitudine di anime che hanno chinato il capo di fronte alla promessa del sacrificio come unica via per la realizzazione. Si, perché vi è una promessa implicita, sussurrata tra le righe, un tacito accordo per cui la rinuncia alla spontaneità, la ferrea disciplina, la paziente tessitura di una tela di compromessi siano le uniche strade agibili per accedere alla soddisfazione di una vita serena e ben vissuta. Ho iniziato così, timido praticante della rinuncia. Ho imparato presto la grammatica dell’abnegazione, attraversando notti regalate alla carriera accademica, comprimendo i desideri in un angolo in attesa di tempi “più maturi”, affrontando traslochi come tristi amputazioni di radici, tutto in nome di una vaga promessa professionale. Con la severa eleganza dell’architettura barocca, il nord Italia mi ha accolto con un’immensa tela bianca su cui dipingere il mio futuro ma che, senza che me ne accorgessi, esigeva l’obliterazione dei colori più vividi della mia tavolozza interiore. E così è stato, passo dopo passo, un sacrificio alla volta, in una spirale che prometteva l’ascesa ma che ha infine condotto ad un panorama desolante, dove il vento freddo porta con sé il sussurro di un’anima che si chiede incessantemente a quale prezzo ha barattato la sua essenza.
Da anima della festa a professionista senza anima
Dopo aver passato l’adolescenza sui libri, sono entrato nel mondo del lavoro carico di aspettative, scansando la cortina di noia che avevo accumulato negli anni di studio. Ma come lo spieghi il modo in cui la giovinezza ti copre gli occhi? Perché pensandoci con il senno di adesso, come potevo credere che dopo aver studiato qualcosa di noioso per anni, esercitando quel qualcosa mi sarei sentito finalmente libero? E mi logora spiegare il motivo per cui ho iniziato, perché non c’è mai stato un momento preciso o un qualcosa che mi abbia realmente costretto a scegliere un percorso al posto di un altro. Nel mio caso, sono state le sensazioni a fregarmi ma non solo quelle. Sono state le aspettative dei parenti, i genitori che ascoltano loro stessi e mai le tue vocazioni, i discorsi a tavola coperti dal telegiornale, i complimenti per gli ottimi voti, il mestiere di famiglia, l’aspettarsi grandi cose. Sono stati il “farà l’università”, l’aria di studio che va respirata, la poltrona “che sarà tua”. Al posto del luogo ameno che pensavo mi aspettasse a trent’anni, ho trovato una litania dei gesti ripetuti, dei numeri spoetizzanti e di scadenze che si susseguono una dopo l’altra. Una gigantesca valle spoglia.
Come potete intuire, sono solo arrivato in un posto che era così da sempre. Ero abbastanza cieco da non rendermene conto. Eppure ad essere cambiato, in questo processo infinitamente lungo, sono unicamente io. Da ragazzo caparbio, spiritoso, legato a doppio filo con la parte poetica del mondo, sono lentamente diventato il perfetto componente di un meccanismo asettico, fatto di maschere adulatorie e mai in contrasto con l’opinione condivisa. Non ho lasciato la strada nebbiosa, continuo a sguazzarci dentro, ma con un abito elegante acquistato con false amicizie, coltellate tra colleghi, finti sorrisi di circostanza. Non scrivo un articolo da un anno. Quando l’ho notato non riuscivo a crederci. Come potevo essermi “dimenticato” di una componente di me? Scrivere è sempre stato una boa di salvataggio nelle situazioni peggiori e forse adesso, non vivendo una tempesta ma un graduale affondare, mi sono dimenticato di aggrapparmici.
Sbrigare e dimenticare
Facile come mantra, vero? Come se avessi firmato un accordo interiore, o se si fosse attivato un meccanismo di difesa primordiale, le mie aspirazioni professionali – già minime in partenza – si sono ristrette sempre di più, fino a coincidere esclusivamente con la linea di conclusione di ogni singolo compito. Non c’è nessun desiderio pulsante di eccellenza, nessuna corda vibra al pensiero di superare le aspettative, di lasciare un’impronta distintiva nel lavoro che svolgo. L’unico scopo che porta avanti la triste monotonia delle giornate, è diventato il meccanico completamento di ogni compito. La registrazione della contabilità, i conteggi IVA e delle ritenute, l’invio dei dichiarativi, l’archiviazione condivisa dei documenti digitali. Da parte mia non è rimasta nemmeno la gioia autentica nel risolvere un problema complesso, niente di niente. Ogni pratica si trasforma in un peso da scaricare il prima possibile, per poter ritornare a quel torpore mentale, a quella tregua in cui l’ansia da prestazione si attenua, lasciando il posto solo all’indifferenza. È diventato tutto un adempimento burocratico, una formalità vuota.
Esiste la maschera?
Non riesco a concepire che ci siano persone che nascano con il sogno di diventare commercialisti. Non è entusiasmante, non è un lavoro conosciuto, né caratterizzato per buona nomea. Non c’è un solo motivo per cui un ragazzo del nostro tempo dovrebbe intraprendere una carriera del genere, se non la finzione raccontata del prestigio e del compenso alto. Sull’ultimo, non posso dire nulla. Il compenso è alto. Non così alto da permettere una villa in collina e una Maserati, ma abbastanza alto da togliere gran parte dei problemi legati ai soldi. Il prestigio invece non esiste, non più. Esisteva ai tempi di mio padre, ho sentito di cert’uni che chiedevano al commercialista di famiglia di battezzare i propri figli, addirittura. Ma non oggi. Oggi il commercialista è identificato con le imposte. Quando chiama il commercialista, sicuramente c’è da pagare o qualche altra incombenza. Immagino che anche per quell’elitè a cui questo lavoro piace davvero, sia ormai diventato privo di soddisfazioni. Per quanto riguarda me, sta pian piano emergendo la consapevolezza di aver forse smarrito, lungo questo percorso, la bussola del desiderio autentico. In questo ciclo di compiti svuotati di significato, si sta sedimentando l’idea di aver costruito una prigione irremovibile che atrofizza la stessa capacità di desiderare altro.
“Scotta” sussurrò. In effetti anche il mio caffè era bollente. “Non mi piace questo bar, cambiamo la prossima volta, proviamo qualcosa di diverso” ma quel diverso non sapeva nemmeno lei cosa fosse. Diana era così, era strana in un modo tutto suo. Aveva solo cinque lentiggini che pitturavano la sua pelle bianca. Chi altro ha solo cinque lentiggini? Quel pomeriggio i capelli biondi le cadevano sulle spalle, arrivando sino al petto, rinchiusi in una treccia larga. Ci aveva dedicato del tempo. “E hai già adocchiato un altro bar?” chiesi spostando l’attenzione sulla tazzina calda. “No, ma ce ne saranno altri comodi per entrambi. Qui in città sta diventando difficile trovare qualcuno che sappia fare un caffè decente”. Era da sempre confusa, indefinita. Le piaceva l’ignoto, una qualsiasi alternativa che nel futuro l’avrebbe fatta star meglio… e poi si stancava anche di quella. Come quella volta che cambiò liceo perché i compagni le dicevano parole cattive quando la professoressa girava le spalle – anche nella nuova scuola non riuscì ad ambientarsi per lo stesso motivo. I ragazzini sanno essere spietati. O quell’altra in cui partì per Parigi dispensando con fermezza “Cambierò finalmente la mia vita” a chiunque incontrasse – per poi tornare a casa dopo soli quattro mesi. Però era un bella persona. Mi piaceva da sempre quel fare sconsiderato ed arrogante, quella voglia sfrenata di essere felice in un modo o nell’altro. Ci rivedevo i miei libri e le miriadi di storie in cui fuggivo, meravigliandomi puntualmente di quelle realtà create solo dall’attrito tra carta bianca e inchiostro. Allo stesso modo Diana mi spiazzava ogni volta che tirava fuori un “dovrei”.
Anche Dì amava leggere. Lei preferiva il genere Romance, la insediavano gli intrecci amorosi in cui per un breve tempo poteva immedesimarsi. Non l’avevo mai vista con un ragazzo, eppure ero convinto che le piacessero i protagonisti dei suoi romanzi. Nelle storie è più semplice. Non ci si sofferma mai su quel delicato, meraviglioso, istante in cui l’amore per un insieme di carne e muscoli ed ossa e sangue diventa l’amore per un essere umano. Quella era la parte difficile di stare con qualcuno nella realtà, a differenza di quanto avviene nella maggior parte delle storie. Abbiamo perso quella concezione greca e poi latina, che mirava all’intimità che ha l’anima quando due corpi si rendono nudi a vicenda. Difficile che qualcuno notasse Diana nel periodo della scuola. Era leggermente sovrappeso, secondo il medico. Quel “leggermente” che pesa quanto il mondo intero di fronte agli sguardi giudicanti dei compagni di classe. Finché un giorno, il tre maggio del secondo anno del liceo, mi mostrò la tessera della palestra. Un abbonamento nuovo di zecca e, dopo tanto tempo di facce tristi, un sorrisetto abbozzato. Dopo un mese perse una cosa come cinque chili. Le dissero che era soltanto acqua. Ma poi ne perse altri cinque, e poi altri cinque. In quinto liceo era una delle ragazze più desiderate della scuola. Adesso abbiamo entrambi ventotto anni e lei ha ancora quell’aspetto snello e sodo che aveva costruito al liceo.
“Ti sei incantato di nuovo?” disse. “No, stavo pensando a qualche locale dove facciano del caffè” mentì. Tanto mi conosceva; me lo leggeva in faccia che ero in tutt’altro luogo. Mi prese per mano. Sganciai la presa e infilai le dita in tasca. “Perché fai così, Enea?” – era triste, la sua voce tremava. “Ne abbiamo parlato, Dì: sei praticamente una sorella per me e voglio che il nostro rapporto rimanga questo”. Ero sincero. Diana era una ragazza meravigliosa, ma non l’avevo mai guardata in un altro modo se non quello in cui un fratello maggiore guarda la sorella. Era sola, solo lei. Lei ed io, a volte. Il padre l’aveva lasciata, viveva con la madre e con i mille problemi che dimoravano abitualmente in casa loro. Neppure quando mi aveva confessato di provare qualcosa per me, con la sua solita disarmante tenerezza, provai poco più di niente e non mi bastava. Diana non faceva per me, non in quel momento.
Si allontanò spazientita. Non aveva mai avuto altre esperienze reali e faceva fatica ad accettare il verdetto negativo che avevo dato sulle mani intrecciate. La raggiunsi. “Gelato?”. Annuì. Pace fatta. “Com’è andata stavolta con la Dottoressa?”, deglutì. “Con Beatrice? Andata bene, non so per quanto continuerò con la terapia, non ho praticamente nulla da dire ultimamente. Le ho parlato di te” mentì ancora. Lo capì. “Cosa ti aspetti? Che l’apatia vada via da un momento all’altro?” chiese. “A te è andata via”. “Per me è stato diverso” disse sottovoce. “È stato meglio che papà sia andato via; la mamma non piange più ed i suoi occhi sono più sereni da un pezzo” concluse. Decisi di non insistere nella discussione. “Cosa le hai detto di me?” volle stare al gioco. La guardai, leccai il gelato di gusto. “Le ho detto che vorrei imparare a gestire i traumi come fai tu. Ho sempre ammirato questo di te, Dì”. “Enea, io cado in pezzi…” sussurrò. “E ti rialzi, lo fai sempre. Hai un sorriso bellissimo e dovresti proteggerlo. Guarda me, non c’è nulla che riesca a suscitare in me qualcosa”. Mi guardò e insieme imboccammo la stradina sulla destra. Il tramonto era coperto dai palazzi, ma colorava il cielo con sfumature cremisi in uno spettacolo grandioso. Avrei voluto strapparmi il petto ed assorbire quella vivacità, invece dentro ero freddo. Freddo come un corpo morto.
Io me lo ricordo benissimo quel tempo in cui rincorrevo la mia sagoma per definirmi, per darmi un nome e chiamarmi con chiarezza in quel caotico spazio che era il mondo.
Mi ricordo di come guardavo tutti in cerca di pezzi miei, di come scansavo con attenzione ogni aspetto del mio carattere, che preferivo che gli altri fossero me prima che lo fossi io stesso. A pensarci adesso sbiadisce il perché di quel fare il camaleonte, di quei prestiti di voce, di gesti, di toni che ricevevo in ogni istante.
Era soffice il sentirmi meno me e più loro.
Ho perso troppo tempo a vivere di processi in cui figuravo come giudice ed imputato, in un ridicolo gioco tra parti coincidenti, un eterno turbinio verso l’interno, un’implosione silenziosa che ha danneggiato sempre e solo me.
Guardo tutto questo con occhi più adulti.
Quella grande sorpresa che era il mondo non mi ha sorpreso poi così tanto e quei sogni vicinissimi sono diventati poco più che punti luminosi in un cielo senza nuvole.
Era già tutto qui?
Ci sono sere come questa in cui mi smarrisco nei ricordi, in cui vedo la mia vita come fosse un immenso tragitto di sbagli inanellati; mi aiuta guardarli con scettiscismo, uno ad uno, per cogliere una trama che dia una luce nuova a tutto quel miscuglio.
Non sono pronto a scrivere della mia vita pubblicamente, eppure credo che la risposta sia in questa inspiegabile vergogna che mi ferma sempre la mano.
Vorrei comunque donare i miei two cents al mondo, scrivendo le “pratiche” e gli accorgimenti che mi hanno evitato di annegare durante questi momenti.
Poche persone che vi facciano sentire a casa
Smarrirsi è normale.
Sto realizzando che vivere è difficile, che sono molto lontano dall’idea di “vita da adulto” che avevo da bambino e tocca adesso fare i conti con la realtà.
Il mondo là fuori è un ring di pugilato, serve indossare i guantoni non appena il portone di casa si chiude alle spalle, prepararsi a soffrire per portare se stessi a casa alla fine dell’incontro.
Eppure non è tutto lì. C’è dell’altro, molto altro.
Sono stato fortunato – e lo è chiunque stia leggendo adesso queste parole – a nascere in un tempo in cui siamo tutti connessi; un tempo in cui basta premere dei pulsanti o scorrere le dita su uno schermo per sentire la voce dell’amico più lontano.
Alcuni individui, tra tutti, hanno il dono rarissimo di farmi sentire a casa, riescono a darmi quella sensazione di tepore domestico che avevo da bambino, un misto tra la protezione e l’accoglienza. Sono poche persone, eppure hanno contribuito in modo spaventoso al mio benessere mentale.
Se dovessi dare un consiglio da fratello maggiore a quel me che si sentiva perso nel mondo, mi direi di passare più tempo con gli amici del liceo; direi di provare a capirli meglio, di dedicare meno tempo a me stesso e ritagliare ogni giorno del tempo per loro.
Non ho rimpianti, eppure ho il dubbio irrisolto che avrei potuto darmi di più, dedicarmi di più agli altri, soprattutto a quegli altri a cui volevo bene e che ora, per un motivo o per un altro, non fanno più parte della mia vita.
Penso a quanto era sensazionale svegliarsi il sabato mattina e avere davanti a me un’intera giornata da programmare; ogni week-end era diverso, sempre una nuova avventura con i miei amici!
Mi sembra lontano anni luce quel tempo, nemmeno lo considero mio: non mi riconosco nei ricordi.
Ad oggi, in questa fredda città che ho scelto per affrontare la carriera lavorativa, non ho attorno niente che possa somigliare ad una comitiva d’amici, solo qualche conoscente con cui sporadicamente faccio un giro per appendere i miei pensieri in una parete esterna alla mia casa.
Chissà come sarebbe la mia vita se avessi una cerchia a cui appartenere; chissà…
Journaling
Da piccolo guardavo un cartone animato (“Hamtaro”, per chi è mio coetaneo e ricorda i nomi delle serie tv in voga quindici anni fa) in cui la protagonista, al termine di ogni puntata, scriveva il suo personale diario e lasciava allo spettatore un insegnamento.
Per anni ho pensato che tenere un diario fosse una pratica legata al mondo femminile e quando ho capito che non era così, avevo già quell’età in cui snobbavo le “cose da teenager”. Fortunatamente, anni dopo andai a vivere da solo e mi accorsi del pessimo rapporto con me stesso che avevo maturato nel corso degli anni.
Così, un po’ leggendo libri di crescita personale, un po’ per necessità interiore, ho provato a scrivermi. Ho scritto ogni giorno per mesi, nel periodo del lockdown nazionale dovuto al Covid-19, dedicando lettere a me stesso tutte le sere.
In ognuna delle lettere c’erano sempre dei bullet points delle cose da fare il giorno dopo oppure quello stesso giorno, nei pochi casi in cui scrivevo la mattina prima di andare a lavoro; c’erano delle riflessioni, anche profonde a volte, riguardo le cose che mi erano successe durante la giornata; c’erano delle critiche ma anche dei complimenti per i miei comportamenti.
Un’altra fondamentale parte della mia giornaliera pagina di diario era rivolta alla gratitudine. Sembra banale, ma ricordarsi ogni giorno quanto valga ciò che si ha, accresce la possibilità di far caso alle cose buone. L’attenzione, infatti, si canalizza verso ciò a cui facciamo più caso; ad esempio, se oggi vedessi un punto nero sulla sommità del mio naso, probabilmente per tutto il giorno la mia attenzione sarà rivolta lì.
Allo stesso modo, se ogni giorno l’attenzione è indirizzata coscientemente verso gli aspetti positivi della vita, la nostra mente farà sempre meno caso agli eventi negativi che accadono.
La maggior parte della mia routine della gratitudine è stata sempre composta da pensieri semplicissimi: spesso ho ringraziato di avere un tetto sopra la testa, di avere due braccia funzionanti, una famiglia, del cibo da mangiare.
L’estate scorsa, mentre facevo i miei consueti bagni al mare nel periodo festivo di Agosto, frequentemente mi commuovevo perché pensavo quanto fossi fortunato ad avere due gambe che mi permettessero di sentire il freddo dell’acqua. Non mi era mai capitato prima, quindi immagino sia merito della gratitudine e della consapevolezza che regala.
Scrivere un diario mi ha aiutato ad essere abbastanza duro con me stesso da consentirmi di migliorare, ma non troppo da distruggere la mia autostima; sono sempre stato severo nei miei confronti e scrivermi mi ha aiutato a vedermi più come un amico, che come un alunno sempre indietro rispetto alla classe.
Anche in questo periodo scrivo un diario, una sorta di continuazione del precedente, intervallato da pause più o meno lunghe, e questo mi aiuta a mantenere un contatto con i miei pensieri e una sorta di coerenza interna.
Meditazione e consapevolezza
Quando penso alla figura di un monaco shaolin, ho in mente una figura calma, rilassata, dignitosa e pronta.
Un po’ per il fascino che ha sempre suscitato in me il mondo orientale, un po’ per consiglio della terapista che avevo anni fa, ho iniziato anche io a meditare; in particolar modo, il mio approccio alla meditazione è stato sempre basato sulla mindfulness.
Si tratta di un’abitudine giornaliera che consiste nel focalizzarsi su qualcosa, ad esempio sul proprio respiro oppure sulle sensazioni corporee (c.d. bodyscan), ed ogni volta che l’attenzione si sposta verso qualcos’altro, la si riporta gentilmente al focus iniziale.
Per fare un esempio concreto, racconterò una mia normale sessione di mindfulness.
Sono sdraiato a terra ed ho i piedi poggiati sul letto nell’unica posizione che non mi procura mal di schiena. Chiudo gli occhi. La voce nelle cuffie mi ricorda di spostare la mia attenzione sul respiro così, pazientemente, mi concentro sull’aria fredda che attraversa le mie narici. Questo è il punto in cui riesco meglio a “sentire” il mio respiro. I primi due minuti sono relativamente semplici. L’attenzione rimane sul respiro e mi rilasso sempre di più. La mia schiena si distende contro il pavimento. Ad un tratto, mi accorgo che da qualche tempo sto pensando al lavoro; in particolare, pensavo a ciò che avrei dovuto fare per concludere dei documenti richiesti da cliente. In modo gentile, ma veloce, riporto la mia attenzione sul respiro e mi dico che ci penserò in un secondo momento. Questo è un tempo per me, non per altre questioni. Stavolta, mi concentro sulle sensazioni della pancia, sul movimento oscillatorio dell’addome. Perdo la concentrazione svariate volte e in ogni occasione, mi impegno per riportarla al focus iniziale, ovvero il respiro. Dopo un quarto d’ora circa, che sembra interminabile, sento la voce dell’istruttrice che mi porta verso la conclusione della meditazione. Apro gli occhi e riprendo il contatto con le figure intorno a me.
Sono perfettamente consapevole che in un mondo che vive di corsa, trovare quindici minuti al giorno in cui chiudersi in solitudine sia una sfida; eppure, ogni volta che posso o che ne sento la necessità, mi stendo, chiudo gli occhi e medito qualche minuto.
Dopo qualche mese di pratica, sarà strano ma al contempo gradevole sentire le sensazioni dei piedi al contatto con la scarpa durante una camminata del tutto normale; sarà particolare accorgersi del contatto delle mani sul volante; sorprenderà assaporare meglio, sino in fondo, il sapore del tè.
Focalizzarsi sul respiro, ed in generale su ciò che accade nel momento presente, è il miglior rimedio contro l’ansia, che è risaputo essere la paura di ciò che potrebbe accadere nel futuro e/o di ciò che è accaduto nel passato.
Abituarmi a percepire il presente mi ha permesso di ristabilire l’equilibrio con la mia mente; in gergo, mi sono “centrato”. E continuo a meditare ogni qualvolta senta la necessità di “centrarmi”, di riportare il me del presente al centro delle mie sensazioni.
Palestra
Pratico sport da sempre.
Li ho provati tutti, dagli sport di squadra in cui incolpavo gli altri per le sconfitte condivise, a quelli individuali, in cui incolpavo me stesso per le sconfitte che non sentivo mie.
Ho trovato il mio equilibrio all’età di diciassette anni. Dopo essermi divertito a provare gli sport da combattimento, e vedendomi troppo gracile per sostenere in modo appropriato la maggior parte degli incontri, ho deciso di andare in palestra.
Non è stato amore a primo allenamento, dal momento che inizialmente andavo in modo poco frequente e con lo scopo principale di stare in un luogo frequentato da tanta gente.
Con mia sorpresa, negli anni si è consolidata la disciplina che mi ha consentito di allenarmi costantemente.
Finché la percezione dell’allenamento in palestra ha trasceso l’estetica. Ho imparato a interpretare l’allenamento come se fosse una seduta di mindfulness: massima concentrazione (e contrazione) sul momento presente.
Allontanare ogni distrazione per una o due ore al giorno mi ha insegnato a imprimere tutti i miei sforzi in un’unica attività; una sorta di sprint sui quattrocento metri, al massimo della propria capacità.
Noia
Chissà come sarei oggi se non mi fossi annoiato tanto nei momenti di solitudine, quando mi sono trasferito a vivere da solo.
Il giorno in cui soffrivo di più era senza dubbio la domenica.
Il sabato era il giorno di ripresa dalla stressante settimana lavorativa, la pace era ben accetta durante tutto il primo giorno del week-end.
Ma la domenica…
Ho ancora impresso il ricordo di domeniche passate interamente sul divano a non far nulla, ritagliandomi giusto il tempo per allenarmi e meditare.
A volte leggevo.
A volte scrivevo.
Sempre mi annoiavo.
Con il senno di poi, scrivo nel mezzo di una convivenza bellissima, non ho le parole per descrivere quanto illuminante sia stata tutta quella noia. Non posso dire quanti aspetti di me ho scoperto solo annoiandomi, scrivendo, leggendo, pensando.
Mi sembrava doveroso, quantomeno, due righe sull’importanza che la noia ha ricoperto nella mia vita.
Quindi, in definitiva, avrei potuto divertirmi di più con le persone che mi sono state care, ma potessi tornare indietro vorrei senza dubbio annoiarmi ancora.
Ci sarebbero altre precisazioni da fare, altre cose da dire, che magari verranno dette più in là, con un nuovo senno di poi.
Sono soddisfatto dei pezzi di mosaico che pian piano inizio a vedere, aumentando il grandangolo di questa fotografia che rappresenta la mia vita.
Erano le sette e questo significava che potevo dare l’ultima mandata al portone dello studio. Stranamente non funzionava bene la serratura, non aveva mai dato problemi prima di quel momento. Decisi di non pensare troppo a quell’affare, d’altronde a chi sarebbe mai importato di quel portone? Lo aggiusterà il fabbro che avrei chiamato la mattina successiva. Chi mi importava era, invece, quell’insolito ragazzo. Effettivamente, a pensarci, ogni paziente era insolito in un modo intimamente personale, e avevo sempre pensato che fosse un privilegio poter osservare dallo spioncino ogni bizzarria di quella moltitudine cangiante; avevo scelto di essere una terapista perché mi sentivo agile a intrufolarmi, armata di uno sguardo attento e un taccuino, dalla finestra che deliberatamente ognuna di quelle vite apriva per me. Alcuni di quei corpi mi lasciavano intravedere dal buco della serratura la loro quotidianità per poi, con un’ombra di meraviglioso coraggio, aprire un’impercettibile spazio in cui la mia figura si insinuava senza far rumore; altri, più pavidi, spalancavano la porta d’ingresso aspettando che il sollievo giungesse loro in pompa magna, senza richiedere il peso dell’impegno tenace, senza presupporre quel tempo indefinibile, infinito e logorante per il sofferente, calcolato (o almeno abbozzato) e cicatrizzante per medico. Amavo quel mestiere che ero riuscita a ricamarmi con pazienza. Lo amavo con ogni fibra che rimaneva a costituire questo corpo che avevo imparato ad apprezzare; questo ammasso di carne, sangue e ossa, di cui ora anche il mio taccuino faceva parte inamovibile, non mi è mai davvero appartenuto. Amavo anche correre quando felinamente inseguivo mio figlio Ettore attraverso il giardino, che diventava prateria e poi bosco, e poi sempre più casa. Inseguivo l’odore che emanava, quell’essenza che solo una madre può davvero sentire, in mezzo a tutto il resto dei profumi, quel sentirsi simultaneamente protettrice e protetta. Rincorrerci era un divertimento che già allora mi fece piangere di gioia in tre occasioni, con il tempo scoprii che quel piccolo corridore spensierato era riuscito a farmi piangere molto più spesso, e molto più forte. Un giorno decise di fermarsi. Non è che lo decise lui, lo decise un altro ragazzo, con molti anni in più sulle spalle di Ettore, e con molto più alcol nel circolo ematico. Quello stesso giorno mi fermai anche io, le mie gambe le portarono via i dottori; fui lasciata con un’inutile giustificazione che non ricordo nemmeno. Ad aver preso il più totale possesso della mia mente, inerme, fu una sequenza di parole che invece rammento benissimo: “non ce l’ha fatta”. Sul momento pensai che l’auto non ce l’avesse fatta; sicuramente era rimasta danneggiata da quel suv nuovo di zecca, come poteva salvarsi una macchina già tremolante e ricolma di acciacchi? Però cosa importava a un medico brizzolato e occhialuto della mia auto? Perché pronunciare quella serie di lettere proprio in quel momento, quando mi trovavo sdraiata su un lenzuolo bianco e non percepivo null’altro al di sotto della linea del bacino? E mentre mi raggomitolavo in questi pensieri abbozzati, sentivo la presenza ingombrante di una supposizione. Somigliava a quegli istinti insidiosi che nascono nel cuore della notte e costringono ad abbandonare le lenzuola per andare a controllare di aver chiuso il gas in cucina, o a serrare meglio le imposte. Si faceva strada consumando ogni percorso, espandendosi come una macchia di petrolio nel mare pulito, inghiottendo ogni forma di colore il pensiero che Ettore fosse morto. Trasudavo pece. Finché avrò respiro, se può nominarsi respiro quest’aria informe che esalo e inghiotto in ogni istante da quel giorno, ricorderò le braccia aperte del dottore, quei palmi lucidi rivolti verso il tetto dell’ospedale, gli angoli delle labbra corrucciati, come volessero direttamente scusarsi per qualcosa di così sconfinato che solo pronunciarlo a quella me, così minuscola, era un peccato capitale. A volte ho pensato che il destino ami sentirsi burattinaio, in questo polimorfo mondo di marionette. Ettore ed io amavamo correre veloci e la velocità aveva sottratto la sua vita, e poi le mie gambe. Pensavo che perdere due arti fosse più doloroso, eppure non sentii nulla. Sparirono. Erano gambe, quindi sono andate via da qualche altra parte. Chissà dove. Delle mie cosce, delle ginocchia, delle caviglie e di quei piccoli piedi che avevo, non mi importò nulla nemmeno dopo. In pochi istanti era crollato l’intero palazzo che stavo edificando, con la pazienza dolce che solo una madre può avere, quando si costruisce una nuova vita in cui trovar posto. Ogni pianta che avevo scelto con cura in quella favola mentale, ogni porta, ogni finestra, ogni balcone levigato con attenzione, ogni mobile era andato irrimediabilmente in pezzi; tutti i giocattoli, i quaderni da disegno, le matite, le penne, gli astucci, i diari, i primi amori che non sarebbero mai stati provati, il rientro in casa oltre il coprifuoco, la prima macchina e la patente nuova di zecca, il matrimonio se avesse scelto – o gli fosse accaduto d’improvviso – di amare un’unica persona, i regali di compleanno, le cure che si riservano alla mamma, le carezze delicate, gli abbracci in cui mi sarei persa senza mai volerne uscire, la maturità e poi la vecchiaia di mio figlio, i primi capelli bianchi ed il timore del tempo che scorre. Tutto, il mio piccolo e immenso tutto, inghiottito da quella macchia di catrame nero e ridotto per sempre a poco meno che cenere. Come poteva interessarmi della serratura di un portone, se mi mancava un’intera casa in cui rifugiarmi?
Quel giorno era entrato nel mio studio Enea. Era un ragazzo avvolto in un mantello di coraggio apparente. Non piangeva mai. Non da quando lo conoscevo io, almeno. Mi disse che era un piagnucolone da ragazzino e che adesso era insensibile ad ogni aspetto del mondo. Non gli interessava molto di niente se non dei suoi libri; e di libri ne aveva letti anche tanti. Leggeva in latino per andare a nuoto fino in fondo all’abisso che era Cicerone, per succhiare ogni goccia d’essenza da quella geometrica trama di frasi, assonanze ritmiche, parallelismi logici, comparazioni coerenti e mai pedanti. Era determinato ad apprendere il sapiente distacco dalle passioni e dagli impeti d’ira, sotto l’ala piumata e densa di Seneca. Portava sempre appresso un romanzo o un classico. Oggi aveva sotto braccio “La gioia di scrivere” di Wislawa Szymborska. Non me ne ha parlato, sta aspettando di finirlo per trarne una conclusione.
Enea non è un corpo. O almeno non è solo un corpo. In sei anni sono stata debole fino al punto – tragedia indicibile per una terapista – di affezionarmi a quell’audace e dolente ragazzo. Mi affascina il modo che ha di pensare e non saper esprimere, quella capacità di non far apprezzare nemmeno alle sue stesse corde vocali, o alle sue labbra violacee, quel fiato fatto di visioni sul mondo circostante, di loci amoeni, di vette di sorpresa immotivata e anche, mio malgrado, di terribili voragini interiori. Io vedevo chiaramente quel senso di indeterminazione. L’esperienza sul campo mi aveva insegnato a farmi strada oltre gli occhi spioventi, a indagare le espressioni censuranti, e vedevo la sua tristezza nascosta con eleganza. Non è debole; non lo è quanto lo ero io, quanto avevano dimostrato d’essere le mie gambe. Se dovessi paragonarlo a una parte del mio attuale insieme fisico, sceglierei sicuramente queste due strutture tubolari d’acciaio che trascinano abilmente, ogni giorno, questo corpo inerme tra le bufere che imperversano nella mia vita. Enea, il ragazzo d’acciaio. Enea, che vorrebbe piangere ma non ci riesce, che vorrebbe provare qualcosa esattamente come io vorrei correre in questa giornata di sole e brezza, inseguendo il mio Ettore sorridente. Enea, i cui occhi tradiscono che sta per interrompere la terapia con me, ma no, non può assolutamente lasciarmi anche lui.
Stamattina sono stato svegliato da un incubo. Non oso nemmeno contare quante altre volte mi sia capitato tuttavia, questa è stata la prima volta che l’incubo in questione aveva le sembianze di un bellissimo sogno. Proverò, fino a dove la mia capacità mnemonica lo consenta, a ripercorrere la vicenda. I tre protagonisti – io, la mia compagna, l’amica di famiglia – ogni tre mesi, puntualmente, prenotavamo un viaggio. Era una specie di rituale, di quelle attività di routine che, a forza di ripeterle, si imprimono dentro diventando un fulcro, una certezza irrinunciabile. Il mio sogno inizia così, passeggiando nel cortile di casa, parlando del solito viaggio. L’amica di famiglia, timidamente, ci comunica che questa volta non sarà presente; con sgomento chiediamo spiegazioni. Spezzare una routine che si protrae da anni è un gesto quasi sacrilego, impensabile finché non si manifesta.
“Sono troppo vecchia, non ho le forze per viaggiare ancora”.
Se la prima notizia mi aveva lasciato incredulo, la seconda mi aveva scavato una voragine da qualche parte nel mio corpo fatuo di personaggio sognato. In cerca di un appiglio, mi sono rivolto alla mia compagna, chiedendole quanti anni avesse lei stessa.
“Che significa, quanti anni credi che abbia? Ne ho settantasei, scemo”.
Non potevo crederci. Avevo ventanni anni fino a pochi istanti prima e adesso, facendo l’elementare esercizio di sommare la differenza dei miei anni rispetto a quelli della mia compagna, ai suoi settatasei anni, ottenevo ottantuno. Ottantun’anni. Ero poco più di un ottantenne. Quando era scivolato via tutto quel tempo? Possibile non me ne fossi accorto? Era un periodo florido, meravigliosamente equilibrato, sereno sotto ogni aspetto e non avendo altre distrazioni, mi sarei sicuramente accorto di quel nefasto trascorrere… Eppure forse per questo non avevo notato quella corsa sfrenata della vita intorno a noi: ero fin troppo felice per pensare a qualcosa che non rientrasse in quel quadro fatato. E ho avvertito una sensazione che mai prima di allora avevo provato. Era come se fossi felice, integralmente espresso, realizzato in ogni velleità, e al tempo stesso avvilito, immerso nell’angoscia più cupa, avvolto in una desolazione inconsolabile. Ho sperimentato pienamente, avendone solo pregustato piccoli bocconi durante gli anni, la disumana sensazione di essere inconsolabilmente soli. Niente mi era mai appartenuto davvero, niente aveva giovato veramente alla persona che credevo di essere; avrei dovuto, tra qualche breve tempo, abbandonare ogni cosa per addentrarmi nell’ultimo, ignoto, viaggio.
Il passare del tempo ha da sempre indossato le vesti della mia più grande paura.
Al risveglio ero triste, sconsolato. Ho pianto, e dopo ho pianto ancora. Vorrei poter scrivere che sono stato meglio dopo averlo fatto, ma non mi sono ripreso ancora del tutto: so che quel momento, infine, arriverà.
Forse, in un modo del tutto confuso e insano, il mio inconscio sta continuando a imboccarmi di quei piccoli morsi di veleno per permettermi di arrivare a quel giorno futuro con l’immunità necessaria ad assorbirne l’urto. Ma mi chiedo se un corpo fatto di carne possa essere mai capace di accettare che la vita rappresenta il nostro personale libro, in cui abbiamo superato le pagine in cui si nasce e teniamo già in mano quelle in cui si muore.
C’è una comune panchina che sulla schiena ha ospitato l’incastro di due anime affini. Da quel giorno è dipeso il sorriso di un uomo in presenza di un angelo fatto di carne, l’improvviso scoprirsi fatto di nulla e di tutto, l’atteso, bellissimo pianto di un bimbo. Chissà quante volte la comune panchina abbia chiesto a se stessa quale fosse il suo posto nel mondo.
Venerdì scorso siamo partiti con lo stomaco totalmente vuoto. Erano più o meno le tre del pomeriggio quando abbiamo finito di caricare i bagagli in auto e, finalmente, siamo partiti.
La prima tappa è stata Fiesole, un Comune che conta poco più di diecimila abitanti e che proprio venerdì sera avrebbe ospitato un attore-scrittore di cui ho ascoltato e letto praticamente tutto. Il monologo avrebbe avuto come tema l’opera dell’Orlando Furioso, ma stento a imbrigliare lo spettacolo a cui abbiamo assistito nelle maglie di un unico argomento.
Ma è giusto – e doveroso – fare un passo indietro.
Cinque ore e quaranta minuti per arrivare nel paese di Fiesole. Trascorso il tempo necessario e non senza qualche ritardo sulla tabella di marcia, giungiamo a destinazione. Ancora una volta, ci sono volute mille manovre per districarsi in quel dedalo di vetture poco meno che serrate, due sorsi d’acqua prima di chiudere lo sportello e un’affannosa corsa in salita per permetterci di arrivare puntuali nel luogo dello spettacolo. Erano le nove e mezzo. L’anfiteatro romano che gentilmente si offriva di ospitare l’attore era estasiante. I nostri due posti in prima fila lo erano altrettanto. L’oratore è stato, per sfruttare un eufemismo, fenomenale.
L’Orlando Furioso non si presta a farsi comprendere immediatamente; eppure se assaporato, chiaramente compreso, assaggiato boccone dopo boccone, annusato fino all’ultimo grumo vitale, manifesta tutta la sua possenza. Finito lo spettacolo, ho chiesto una dedica su quattro libri dell’autore che avevo divorato poco tempo prima. Sono perfettamente consapevole che un attore, a mezzanotte passata, dopo due ore di spettacolo pregne di fatica, possa aver accumulato una buona dose di stanchezza, tuttavia la questione della dedica breve – “A Giuseppe, *firma*” non mi va proprio giù. Al prossimo spettacolo al quale assisterò, chiederò una frase di senso compiuto. Che ci sia un verbo, o almeno un soggetto. Da Fiesole ci siamo spostati a Firenze, dove ci aspettava l’hotel e, infine, un comodo letto.
Alle otto del mattino, il ronzio della sveglia si è spinto sino alle nostre orecchie, insistendo con foga affinché ci svegliassimo. Mezz’ora dopo lo abbiamo accontentato. I trascorsi in cui ho ricoperto la figura del palestrato, trascinano dei lasciti che mi impongono di scegliere sempre abbondanti proteine e carboidrati per colazione; così, con quel poco di inciviltà di cui mi sforzo di essere capace, ho sottratto al buffet almeno cinque fette di tacchino e lo stesso numero di fette di pane. Ho accompagnato il banchetto, come di consueto, con un caffè addolcito da mezza busta di zucchero. Sarà stata l’atmosfera fiorentina capace di svegliare sensi che solitamente teniamo sopiti oppure, più semplicemente, l’evasione del viaggio, però certamente ci sentivamo avvolti da una coperta d’amore. Più guardavo i suoi occhi, i fiori che le ricoprivano il vestitino azzurro, le sue espressioni facciali, gli ornamenti che amava portare, più mi sentivo stretto in quell’abbraccio che nasceva con un’ipocentro profondo, si faceva strada docile tra le viscere per poi sgorgare in superficie e finire per inglobarmi totalmente. Ero inebriato. Abbiamo preso due biglietti per il Museo degli Uffizi; tappa d’obbligo. Non sono mai stato amante dei dipinti, ma le sculture mi affascinano da sempre; passammo molto più tempo tra i corridoi affollati da sagome bellissime appartenenti ad un’altra epoca; quelle persone stupende erano state irrimediabilmente vestite di marmo o di bronzo, tenute al riparo dai morsi del tempo. E mentre percorrevo quelle maschere di storie ormai perdute, risentivo quell’angoscia che mi appartiene e che mi graffia ogni volta che cerco di scavare dentro di me. Volontariamente non mi soffermerò adesso a parlarne, tuttavia quella terribile sensazione mi ha accompagnato per tutto il sabato pomeriggio.
Domenica è stata caotica. Descrivere i discorsi che ci hanno cullato in macchina durante il viaggio di ritorno, sia per estensione, sia per la fallacia mnemonica che non riesco a scacciare, mi è impossibile. Abbiamo parlato del tempo che scorre ma anche dei momenti di necessaria immobilità, del futuro prossimo ma anche del passato anteriore, del martellante lavoro ma anche delle attese ferie, degli altri ma soprattutto di noi. Giunti a destinazione era pomeriggio inoltrato; la riposante serata che avevamo tracciato, era stata gentilmente deposta in favore di un’inusuale e avventuristica alternativa. Erano le nove e mezzo. Ancora una volta. Ci siamo ritrovati distesi su un prato immenso a visionare “Pierrot le fou” in lingua francese. Film complesso, meraviglioso film. E così, tra corse inattese, spettacoli mistici, film sdraiati su fazzoletti di terra improbabili, discorsi abissali, abbiamo vissuto il tempo di almeno due anni nell’angusto spazio di soli due giorni.