Salvagenti per animi in tempesta

Capitolo 2 – Terra che trema

Erano le sette e questo significava che potevo dare l’ultima mandata al portone dello studio. Stranamente non funzionava bene la serratura, non aveva mai dato problemi prima di quel momento.
Decisi di non pensare troppo a quell’affare, d’altronde a chi sarebbe mai importato di quel portone? Lo aggiusterà il fabbro che avrei chiamato la mattina successiva.
Chi mi importava era, invece, quell’insolito ragazzo.
Effettivamente, a pensarci, ogni paziente era insolito in un modo intimamente personale, e avevo sempre pensato che fosse un privilegio poter osservare dallo spioncino ogni bizzarria di quella moltitudine cangiante; avevo scelto di essere una terapista perché mi sentivo agile a intrufolarmi, armata di uno sguardo attento e un taccuino, dalla finestra che deliberatamente ognuna di quelle vite apriva per me.
Alcuni di quei corpi mi lasciavano intravedere dal buco della serratura la loro quotidianità per poi, con un’ombra di meraviglioso coraggio, aprire un’impercettibile spazio in cui la mia figura si insinuava senza far rumore; altri, più pavidi, spalancavano la porta d’ingresso aspettando che il sollievo giungesse loro in pompa magna, senza richiedere il peso dell’impegno tenace, senza presupporre quel tempo indefinibile, infinito e logorante per il sofferente, calcolato (o almeno abbozzato) e cicatrizzante per medico. Amavo quel mestiere che ero riuscita a ricamarmi con pazienza. Lo amavo con ogni fibra che rimaneva a costituire questo corpo che avevo imparato ad apprezzare; questo ammasso di carne, sangue e ossa, di cui ora anche il mio taccuino faceva parte inamovibile, non mi è mai davvero appartenuto. Amavo anche correre quando felinamente inseguivo mio figlio Ettore attraverso il giardino, che diventava prateria e poi bosco, e poi sempre più casa. Inseguivo l’odore che emanava, quell’essenza che solo una madre può davvero sentire, in mezzo a tutto il resto dei profumi, quel sentirsi simultaneamente protettrice e protetta. Rincorrerci era un divertimento che già allora mi fece piangere di gioia in tre occasioni, con il tempo scoprii che quel piccolo corridore spensierato era riuscito a farmi piangere molto più spesso, e molto più forte.
Un giorno decise di fermarsi.
Non è che lo decise lui, lo decise un altro ragazzo, con molti anni in più sulle spalle di Ettore, e con molto più alcol nel circolo ematico.
Quello stesso giorno mi fermai anche io, le mie gambe le portarono via i dottori; fui lasciata con un’inutile giustificazione che non ricordo nemmeno. Ad aver preso il più totale possesso della mia mente, inerme, fu una sequenza di parole che invece rammento benissimo: “non ce l’ha fatta”. Sul momento pensai che l’auto non ce l’avesse fatta; sicuramente era rimasta danneggiata da quel suv nuovo di zecca, come poteva salvarsi una macchina già tremolante e ricolma di acciacchi?
Però cosa importava a un medico brizzolato e occhialuto della mia auto? Perché pronunciare quella serie di lettere proprio in quel momento, quando mi trovavo sdraiata su un lenzuolo bianco e non percepivo null’altro al di sotto della linea del bacino?
E mentre mi raggomitolavo in questi pensieri abbozzati, sentivo la presenza ingombrante di una supposizione. Somigliava a quegli istinti insidiosi che nascono nel cuore della notte e costringono ad abbandonare le lenzuola per andare a controllare di aver chiuso il gas in cucina, o a serrare meglio le imposte. Si faceva strada consumando ogni percorso, espandendosi come una macchia di petrolio nel mare pulito, inghiottendo ogni forma di colore il pensiero che Ettore fosse morto.
Trasudavo pece.
Finché avrò respiro, se può nominarsi respiro quest’aria informe che esalo e inghiotto in ogni istante da quel giorno, ricorderò le braccia aperte del dottore, quei palmi lucidi rivolti verso il tetto dell’ospedale, gli angoli delle labbra corrucciati, come volessero direttamente scusarsi per qualcosa di così sconfinato che solo pronunciarlo a quella me, così minuscola, era un peccato capitale.
A volte ho pensato che il destino ami sentirsi burattinaio, in questo polimorfo mondo di marionette. Ettore ed io amavamo correre veloci e la velocità aveva sottratto la sua vita, e poi le mie gambe. Pensavo che perdere due arti fosse più doloroso, eppure non sentii nulla.
Sparirono.
Erano gambe, quindi sono andate via da qualche altra parte. Chissà dove.
Delle mie cosce, delle ginocchia, delle caviglie e di quei piccoli piedi che avevo, non mi importò nulla nemmeno dopo.
In pochi istanti era crollato l’intero palazzo che stavo edificando, con la pazienza dolce che solo una madre può avere, quando si costruisce una nuova vita in cui trovar posto.
Ogni pianta che avevo scelto con cura in quella favola mentale, ogni porta, ogni finestra, ogni balcone levigato con attenzione, ogni mobile era andato irrimediabilmente in pezzi; tutti i giocattoli, i quaderni da disegno, le matite, le penne, gli astucci, i diari, i primi amori che non sarebbero mai stati provati, il rientro in casa oltre il coprifuoco, la prima macchina e la patente nuova di zecca, il matrimonio se avesse scelto – o gli fosse accaduto d’improvviso – di amare un’unica persona, i regali di compleanno, le cure che si riservano alla mamma, le carezze delicate, gli abbracci in cui mi sarei persa senza mai volerne uscire, la maturità e poi la vecchiaia di mio figlio, i primi capelli bianchi ed il timore del tempo che scorre. Tutto, il mio piccolo e immenso tutto, inghiottito da quella macchia di catrame nero e ridotto per sempre a poco meno che cenere.
Come poteva interessarmi della serratura di un portone, se mi mancava un’intera casa in cui rifugiarmi?

Quel giorno era entrato nel mio studio Enea. Era un ragazzo avvolto in un mantello di coraggio apparente. Non piangeva mai. Non da quando lo conoscevo io, almeno. Mi disse che era un piagnucolone da ragazzino e che adesso era insensibile ad ogni aspetto del mondo. Non gli interessava molto di niente se non dei suoi libri; e di libri ne aveva letti anche tanti. Leggeva in latino per andare a nuoto fino in fondo all’abisso che era Cicerone, per succhiare ogni goccia d’essenza da quella geometrica trama di frasi, assonanze ritmiche, parallelismi logici, comparazioni coerenti e mai pedanti. Era determinato ad apprendere il sapiente distacco dalle passioni e dagli impeti d’ira, sotto l’ala piumata e densa di Seneca. Portava sempre appresso un romanzo o un classico. Oggi aveva sotto braccio “La gioia di scrivere” di Wislawa Szymborska. Non me ne ha parlato, sta aspettando di finirlo per trarne una conclusione.

Enea non è un corpo. O almeno non è solo un corpo.
In sei anni sono stata debole fino al punto – tragedia indicibile per una terapista – di affezionarmi a quell’audace e dolente ragazzo.
Mi affascina il modo che ha di pensare e non saper esprimere, quella capacità di non far apprezzare nemmeno alle sue stesse corde vocali, o alle sue labbra violacee, quel fiato fatto di visioni sul mondo circostante, di loci amoeni, di vette di sorpresa immotivata e anche, mio malgrado, di terribili voragini interiori.
Io vedevo chiaramente quel senso di indeterminazione.
L’esperienza sul campo mi aveva insegnato a farmi strada oltre gli occhi spioventi, a indagare le espressioni censuranti, e vedevo la sua tristezza nascosta con eleganza.
Non è debole; non lo è quanto lo ero io, quanto avevano dimostrato d’essere le mie gambe. Se dovessi paragonarlo a una parte del mio attuale insieme fisico, sceglierei sicuramente queste due strutture tubolari d’acciaio che trascinano abilmente, ogni giorno, questo corpo inerme tra le bufere che imperversano nella mia vita.
Enea, il ragazzo d’acciaio.
Enea, che vorrebbe piangere ma non ci riesce, che vorrebbe provare qualcosa esattamente come io vorrei correre in questa giornata di sole e brezza, inseguendo il mio Ettore sorridente.
Enea, i cui occhi tradiscono che sta per interrompere la terapia con me, ma no, non può assolutamente lasciarmi anche lui.

Incubi vestiti da sogni

Stamattina sono stato svegliato da un incubo.
Non oso nemmeno contare quante altre volte mi sia capitato tuttavia, questa è stata la prima volta che l’incubo in questione aveva le sembianze di un bellissimo sogno.
Proverò, fino a dove la mia capacità mnemonica lo consenta, a ripercorrere la vicenda.
I tre protagonisti – io, la mia compagna, l’amica di famiglia – ogni tre mesi, puntualmente, prenotavamo un viaggio. Era una specie di rituale, di quelle attività di routine che, a forza di ripeterle, si imprimono dentro diventando un fulcro, una certezza irrinunciabile.
Il mio sogno inizia così, passeggiando nel cortile di casa, parlando del solito viaggio.
L’amica di famiglia, timidamente, ci comunica che questa volta non sarà presente; con sgomento chiediamo spiegazioni.
Spezzare una routine che si protrae da anni è un gesto quasi sacrilego, impensabile finché non si manifesta.

“Sono troppo vecchia, non ho le forze per viaggiare ancora”.

Se la prima notizia mi aveva lasciato incredulo, la seconda mi aveva scavato una voragine da qualche parte nel mio corpo fatuo di personaggio sognato.
In cerca di un appiglio, mi sono rivolto alla mia compagna, chiedendole quanti anni avesse lei stessa.

“Che significa, quanti anni credi che abbia? Ne ho settantasei, scemo”.

Non potevo crederci. Avevo ventanni anni fino a pochi istanti prima e adesso, facendo l’elementare esercizio di sommare la differenza dei miei anni rispetto a quelli della mia compagna, ai suoi settatasei anni, ottenevo ottantuno. Ottantun’anni. Ero poco più di un ottantenne.
Quando era scivolato via tutto quel tempo?
Possibile non me ne fossi accorto?
Era un periodo florido, meravigliosamente equilibrato, sereno sotto ogni aspetto e non avendo altre distrazioni, mi sarei sicuramente accorto di quel nefasto trascorrere…
Eppure forse per questo non avevo notato quella corsa sfrenata della vita intorno a noi: ero fin troppo felice per pensare a qualcosa che non rientrasse in quel quadro fatato.
E ho avvertito una sensazione che mai prima di allora avevo provato.
Era come se fossi felice, integralmente espresso, realizzato in ogni velleità, e al tempo stesso avvilito, immerso nell’angoscia più cupa, avvolto in una desolazione inconsolabile.
Ho sperimentato pienamente, avendone solo pregustato piccoli bocconi durante gli anni, la disumana sensazione di essere inconsolabilmente soli.
Niente mi era mai appartenuto davvero, niente aveva giovato veramente alla persona che credevo di essere; avrei dovuto, tra qualche breve tempo, abbandonare ogni cosa per addentrarmi nell’ultimo, ignoto, viaggio.

Il passare del tempo ha da sempre indossato le vesti della mia più grande paura.

Al risveglio ero triste, sconsolato.
Ho pianto, e dopo ho pianto ancora.
Vorrei poter scrivere che sono stato meglio dopo averlo fatto, ma non mi sono ripreso ancora del tutto: so che quel momento, infine, arriverà.

Forse, in un modo del tutto confuso e insano, il mio inconscio sta continuando a imboccarmi di quei piccoli morsi di veleno per permettermi di arrivare a quel giorno futuro con l’immunità necessaria ad assorbirne l’urto.
Ma mi chiedo se un corpo fatto di carne possa essere mai capace di accettare che la vita rappresenta il nostro personale libro, in cui abbiamo superato le pagine in cui si nasce e teniamo già in mano quelle in cui si muore.

Una comune panchina

C’è una comune panchina
che sulla schiena ha ospitato
l’incastro
di due anime affini.
Da quel giorno è dipeso
il sorriso di un uomo
in presenza di un angelo fatto di carne,
l’improvviso scoprirsi fatto di nulla
e di tutto,
l’atteso, bellissimo
pianto di un bimbo.
Chissà quante volte
la comune panchina
abbia chiesto a se stessa
quale fosse il suo posto nel mondo.

Giuseppe Ramuglia

I frammenti d’esistenza formano mosaici

Venerdì scorso siamo partiti con lo stomaco totalmente vuoto.
Erano più o meno le tre del pomeriggio quando abbiamo finito di caricare i bagagli in auto e, finalmente, siamo partiti.

La prima tappa è stata Fiesole, un Comune che conta poco più di diecimila abitanti e che proprio venerdì sera avrebbe ospitato un attore-scrittore di cui ho ascoltato e letto praticamente tutto. Il monologo avrebbe avuto come tema l’opera dell’Orlando Furioso, ma stento a imbrigliare lo spettacolo a cui abbiamo assistito nelle maglie di un unico argomento.

Ma è giusto – e doveroso – fare un passo indietro.

Cinque ore e quaranta minuti per arrivare nel paese di Fiesole.
Trascorso il tempo necessario e non senza qualche ritardo sulla tabella di marcia, giungiamo a destinazione. Ancora una volta, ci sono volute mille manovre per districarsi in quel dedalo di vetture poco meno che serrate, due sorsi d’acqua prima di chiudere lo sportello e un’affannosa corsa in salita per permetterci di arrivare puntuali nel luogo dello spettacolo.
Erano le nove e mezzo.
L’anfiteatro romano che gentilmente si offriva di ospitare l’attore era estasiante.
I nostri due posti in prima fila lo erano altrettanto.
L’oratore è stato, per sfruttare un eufemismo, fenomenale.

L’Orlando Furioso non si presta a farsi comprendere immediatamente; eppure se assaporato, chiaramente compreso, assaggiato boccone dopo boccone, annusato fino all’ultimo grumo vitale, manifesta tutta la sua possenza.
Finito lo spettacolo, ho chiesto una dedica su quattro libri dell’autore che avevo divorato poco tempo prima.
Sono perfettamente consapevole che un attore, a mezzanotte passata, dopo due ore di spettacolo pregne di fatica, possa aver accumulato una buona dose di stanchezza, tuttavia la questione della dedica breve – “A Giuseppe, *firma*” non mi va proprio giù.
Al prossimo spettacolo al quale assisterò, chiederò una frase di senso compiuto.
Che ci sia un verbo, o almeno un soggetto.
Da Fiesole ci siamo spostati a Firenze, dove ci aspettava l’hotel e, infine, un comodo letto.

Alle otto del mattino, il ronzio della sveglia si è spinto sino alle nostre orecchie, insistendo con foga affinché ci svegliassimo.
Mezz’ora dopo lo abbiamo accontentato.
I trascorsi in cui ho ricoperto la figura del palestrato, trascinano dei lasciti che mi impongono di scegliere sempre abbondanti proteine e carboidrati per colazione; così, con quel poco di inciviltà di cui mi sforzo di essere capace, ho sottratto al buffet almeno cinque fette di tacchino e lo stesso numero di fette di pane. Ho accompagnato il banchetto, come di consueto, con un caffè addolcito da mezza busta di zucchero.
Sarà stata l’atmosfera fiorentina capace di svegliare sensi che solitamente teniamo sopiti oppure, più semplicemente, l’evasione del viaggio, però certamente ci sentivamo avvolti da una coperta d’amore. Più guardavo i suoi occhi, i fiori che le ricoprivano il vestitino azzurro, le sue espressioni facciali, gli ornamenti che amava portare, più mi sentivo stretto in quell’abbraccio che nasceva con un’ipocentro profondo, si faceva strada docile tra le viscere per poi sgorgare in superficie e finire per inglobarmi totalmente.
Ero inebriato.
Abbiamo preso due biglietti per il Museo degli Uffizi; tappa d’obbligo.
Non sono mai stato amante dei dipinti, ma le sculture mi affascinano da sempre; passammo molto più tempo tra i corridoi affollati da sagome bellissime appartenenti ad un’altra epoca; quelle persone stupende erano state irrimediabilmente vestite di marmo o di bronzo, tenute al riparo dai morsi del tempo.
E mentre percorrevo quelle maschere di storie ormai perdute, risentivo quell’angoscia che mi appartiene e che mi graffia ogni volta che cerco di scavare dentro di me. Volontariamente non mi soffermerò adesso a parlarne, tuttavia quella terribile sensazione mi ha accompagnato per tutto il sabato pomeriggio.


Domenica è stata caotica.
Descrivere i discorsi che ci hanno cullato in macchina durante il viaggio di ritorno, sia per estensione, sia per la fallacia mnemonica che non riesco a scacciare, mi è impossibile. Abbiamo parlato del tempo che scorre ma anche dei momenti di necessaria immobilità, del futuro prossimo ma anche del passato anteriore, del martellante lavoro ma anche delle attese ferie, degli altri ma soprattutto di noi.
Giunti a destinazione era pomeriggio inoltrato; la riposante serata che avevamo tracciato, era stata gentilmente deposta in favore di un’inusuale e avventuristica alternativa.
Erano le nove e mezzo. Ancora una volta.
Ci siamo ritrovati distesi su un prato immenso a visionare “Pierrot le fou” in lingua francese.
Film complesso, meraviglioso film.
E così, tra corse inattese, spettacoli mistici, film sdraiati su fazzoletti di terra improbabili, discorsi abissali, abbiamo vissuto il tempo di almeno due anni nell’angusto spazio di soli due giorni.

Ingombrante ospite

Si prende gioco di me
un’ombra silente
che come il sangue s’impone nei corpi
galoppa pulsante di vita e di morte.
La guardo lavarsi la faccia
persino la imbocco e la vesto con grazia,
nel mio letto la sento dormire la notte.

Si prende gioco di me
un’ombra silente;
senza forma le armi che inventa,
ricolme di dubbi chiamanti tristezza
nessuna astuzia che possa frenarla.
Da quella che era una copiosa clessidra
strappo pochi granelli di sabbia
quando al risveglio sento sopita
Lei che pian piano ha invaso la spiaggia.

Si prende gioco di me
un’ombra silente
che sulle mie spalle
spavalda dimora.

Giuseppe Ramuglia